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Archive for the ‘Acqua’ Category

Inquinamento, lʼallarme di Greenpeace: “Troppa plastica nei nostri piatti, dai pesci ai frutti di mare”

Greenpeace Italia 30/08/2016 – Ogni anno negli oceani vengono riversati oltre otto milioni di tonnellate di plastica e gran parte dei microframmenti ingeriti dagli organismi marini possono finire nel nostro piatto. E’ l’allarme lanciato da Greenpeace nel nuovo rapporto “La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare”. L’associazione ambientalista ha analizzato i più recenti studi sugli impatti che le microplastiche, in particolare microsfere, esercitano sugli ecosistemi oceanici.
Microplastica e microsfere – “La presenza di frammenti di plastica negli oceani è un problema noto da tempo ma in crescita esponenziale – si legge nel report -. Una volta in mare, gli oggetti di plastica possono frammentarsi in pezzi molto più piccoli, e diventare microplastica. Un caso a parte sono le microsfere: minuscole sfere di plastica prodotte apposta per essere usate in numerosi prodotti domestici (cosmetici e altri prodotti per l’igiene personale)”.

Una proposta di legge contro l’inquinamento – Greenpeace Italia ha chiesto al Parlamento “di adottare al più presto il bando alla produzione e uso di microsfere di plastica nel nostro Paese. Su iniziativa dell’associazione Marevivo è stata infatti già presentata una proposta di legge. Si tratta di una misura precauzionale, al vaglio in numerosi Paesi, necessaria per fermare al più presto il consumo umano di questi materiali”.

“Servono subito regole stringenti” – Purtroppo, ha osservato l’associazione, “non ci sono ancora ricerche sufficienti a definire con certezza gli impatti sulla salute umana. I dati disponibili confermano però la necessità di applicare con urgenza il principio di precauzione, vietando la produzione di microsfere e definendo regole stringenti per ridurre in generale l’utilizzo di plastica”.

Posted on agosto 30th, 2016 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Le nostre acque piene di pesticidi

BAGNATICA 09/05/16 – Si usano meno pesticidi in agricoltura eppure le acque sono sempre più contaminate. Non è un paradosso: le analisi diventano sempre più accurate e i fenomeni di «contaminazione» hanno effetti anche dopo molti anni. L’ultimo Rapporto nazionale pesticidi dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) fornisce dati allarmanti: le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) «ospitano» pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio (nel 2012 era il 56,9%); quelle sotterranee nel 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012).

L’analisi dei dati di monitoraggio non evidenzia una diminuzione della contaminazione, spiega l’Ispra precisando che l’aumento di punti contaminati «si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro-sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata». Durante i controlli sono state trovate 224 sostanze diverse, «un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012)», dice l’Ispra, che indica «una maggiore efficacia delle indagini condotte». Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, mentre è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi. Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali mentre in quelle sotterranee 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale.

L’Ispra indica che la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta dove le indagini sono generalmente più efficaci. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. In alcune regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%. Più che in passato, avverte l’Ispra, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, fino a 48 in un singolo campione, quindi con una tossicità più alta rispetto a quella dei singoli componenti.

Posted on maggio 9th, 2016 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Allarme scienziati: dal 2050 negli oceani più bottiglie di plastica che pesci

20/01/16 – Fra 35 anni gli oceani potrebbero contenere più bottiglie di plastica che pesci. A lacniare l’allarme ambientale è uno studio pubblicato sul World Economic Forum, secondo cui circa il 32% degli oggetti di plastica a livello globale sfugge ai sistemi di raccolta e viene abbandonata in natura. I ricercatori calcolano che dal 2050 nei mari verrà riversata ogni minuto una quantità di plastica pari a quella trasportata da quattro camion zeppi di spazzatura.
Il pericolo della plastica monouso – Attualmente a finire nei mari ogni anno sono otto milioni di tonnellate di plastica, l’equivalente di un camion zeppo di spazzatura al minuto. “Il problema più urgente da risolvere è quello che riguarda l’inquinamento provocato dagli oggetti di plastica monouso, i quali non vengono riciclati a dovere”, ha osservato Dianna Cohen, ceo di Plastic pollution coalition. “Tutti noi abbiamo il potere di fare qualcosa per ridurre la quantità di plastica che utilizziamo ogni giorno”, ha aggiunto.

La pulizia inizia dalle coste – La pulizia degli oceani dalla plastica deve iniziare dalle coste e non dalle “isole” di immondizia come la “Great Pacific garbage patch”, la mega-area di spazzatura nel Pacifico, una delle cinque maggiori al mondo. A suggerirlo è uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters.

Addio pesci? – L’allarme sulla popolazione ittica degli oceani è stato lanciato anche da uno studio recente dell’Università di Adelaide, in Australia. I ricercatori hanno preso in esame l’impatto del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini e sulle specie che li abitano, concludendo che entro il 2050 si rischia un’estinzione di massa. E’ stato osservato che le catene alimentari degli oceani di tutto il mondo sono a rischio crollo a causa delle emissioni di gas serra, della pesca intensiva e dell’inquinamento localizzato

Posted on gennaio 20th, 2016 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Nuova Zelanda, rimpatriato il primo rifugiato climatico

SYDNEY 23/09/2015 – Poteva essere il primo rifugiato al mondo per cambiamento climatico, ma purtroppo Ioane Teitiota, 38enne originario di Kiribati, un piccolo stato-arcipelago nel Pacifico, si è visto rifiutare la sua richiesta di asilo e oggi è stato espulso dalla Nuova Zelanda.

L’uomo, che dal 2007 vive nel Paese con la moglie e ha tre figli neozelandesi, è stato imbarcato su un volo presso l’aeroporto di Auckland, dopo che il Ministro Associato per l’Immigrazione Craig Foss ha respinto un appello dell’ultimo minuto per permettergli di restare per motivi umanitari. Anche la sua famiglia dovrà rispondere a un ordine di espulsione, ma gli è stato accordato il permesso di rimanere per un ulteriore settimana per preparare la partenza.

Arrivati in Nuova Zelanda nel 2007, Teitiota e la moglie Angua Erikava sono rimasti nel paese anche dopo che i loro permessi di lavoro erano scaduti nel 2010. L’anno seguente l’uomo ha chiesto lo status di rifugiato climatico, sostenendo di non poter rimpatriare perché l’innalzamento del livello delle acque marine provocato dai cambiamenti climatici mette a rischio l’isola da cui proviene e quindi la sua vita e quella della sua famiglia.

Lo scorso luglio però la Corte Suprema della Nuova Zelanda ha rigettato la sua richiesta stabilendo che “anche se Kiribati affronta indubbiamente delle difficoltà, il signor Teitiota non si troverà ad affrontare alcun ‘danno grave’ tornando a casa”. Il parlamentare del partito laburista Phil Twyford aveva chiesto al ministro Associato per l’Immigrazione di considerare la possibilità di permettere alla famiglia di rimanere per motivi umanitari. Tuttavia, Craig Foss ha deciso di non intervenire.

Kiribati è una piccola nazione del Pacifico di 100 mila abitanti, le cui isole coralline affiorano di pochi metri dal mare.

Posted on settembre 23rd, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

In Svizzera l’acqua potabile si ricava dall’aria: fino a 10mila litri al giorno

BERNA 08/09/2015 – - Produrre acqua potabile a partire dall’aria per fornire risorse idriche anche alle zone colpite da siccità e desertificazione. E’ il progetto Awa Modula (Air to water to air), presentato durante l’evento “Acqua dall’aria per la vita” svoltosi all’interno del Padiglione Svizzera di does cialis increase libido Expo 2015. Il cialis 20mg review sistema “condensa” l’umidità presente nell’atmosfera ed è in grado di viagra online produrre dai 2.500 ai 10mila litri di acqua al giorno, azzerando del tutto l’impatto ambientale. Una fonte “inesauribile” – Il dispositivo elvetico è in grado di produrre acqua dall’aria ovunque,

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senza bisogno di avere fonti idriche preesistenti da trattare (mare, fiumi, laghi o acque reflue) e permette di avere a disposizione una fonte praticamente inesauribile di acqua, esattamente dove necessita. L’acqua ricavata con questo sistema può essere arricchita di sali minerali oppure destinata all’agricoltura, o ancora distillata per uso alimentare, farmaceutico, ospedaliero, industriale. Prima applicazione in Marocco – “A 30 gradi di temperatura dell’aria – spiega Rinaldo Bravo, general manager di Seas, l’azienda sviluppatrice del dispositivo -, 70% di umidità e 21,9 grammi di acqua in un metro quadro di aria, noi possiamo estrarne http://genericviagra-otcrx.com/ il 60% che significa, a seconda dell’impianto, dai 2.500 ai 10mila litri di acqua al giorno, modulabili sino a estrace cream canadian pharmacy centinaia di metri cubi, mantenendo l’acqua in ricircolo costante, a temperature corrette, con la garanzia di una costante e continua sanificazione”.

Posted on settembre 8th, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Da oggi sono esaurite le risorse del Pianeta per il 2015

NEW YORK – 13/08/2015 – Oggi è l’Earth Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento della Terra: la popolazione mondiale ha già consumato tutte le risorse – frutta e verdura, carne e pesce, acqua e legno – disponibili per il 2015. Da adesso stiamo depredando il Pianeta, e immettendo in atmosfera una CO2 che non può essere assorbita. A dirlo è il Global Footprint Network, secondo cui per soddisfare la domanda umana servirebbero 1,6 Terre.
Il centro studi internazionale mette in rapporto l’impronta ecologica dell’uomo, cioè il suo consumo, con la biocapacità, cioè le risorse naturali che il mondo ha da offrire. Col passare degli anni questo rapporto è sempre più sproporzionato, con il risultato che l’Overshoot Day ricorre sempre prima: l’anno scorso si è celebrato il 19 agosto, mentre appena 15 anni fa era agli inizi di ottobre. È il 1970, invece, l’ultimo anno in cui il consumo dell’uomo è stato pari alle risorse terrestri. I costi di questo sforamento ecologico, spiegano gli esperti, stanno diventando sempre più evidenti e si concretizzano nella deforestazione, nella siccità e nella scarsità di acqua dolce, nell’erosione del suolo, nella perdita di biodiversità ed infine nell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Il riassorbimento delle emissioni di carbonio costituisce più della metà della nostra “domanda alla natura”. Se le emissioni proseguiranno al ritmo attuale, sottolineano i ricercatori, nel 2030 per soddisfare il fabbisogno dell’umanità serviranno due Terre, mentre se le emissioni globali fossero ridotte del 30% avremmo bisogno di una Terra e mezza.

Posted on agosto 13th, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Gli oceani, una immensa discarica di plastica

NEGLI oceani galleggiano tra 5 ed 13 milioni di tonnellate di plastica. E sono quasi tutte il prodotto di una sbagliata gestione dei rifiuti. È quanto sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Science, che ha anche identificato i 20 Paesi costieri più responsabili dell’inquinamento degli oceani terrestri. Secondo gli esperti ora urge una strategia per ridurre (e drasticamente) l’apporto di rifiuti in

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mare. Altrimenti a questo ritmo entro il 2025 la quantità di plastica in mare sarà 10 volte maggiore rispetto ad oggi.

Gli oceani, una immensa discarica di plastica

Una discarica enorme e gratuita. Che il mare sia colmo di tappi, bottiglie e di una miriade di frammenti di ogni sorta trasportati dalle correnti non è una novità. Non serve essere scienziati per osservare frammenti di copertoni, corde, scatole e le immancabili infradito che adornano e colorano le nostre spiagge. Oggetti trasportati dal vento e dalle correnti da una costa all’altra degli oceani e dei mari. Chiaro è che molto materiale è il risultato di una gestione dei rifiuti poco o per nulla efficiente. Ma la quantità di plastica che entra in mare è stato a lungo un dato sconosciuto. La lacuna è stata, in parte, colmata da un team di ricercatori della Università della California (USA). I ricercatori hanno raccolto dati globali sulla produzione dei rifiuti solidi, la densità di popolazione, e l’assetto economico di 192 Paesi costieri.

Gli oceani, una immensa discarica di plastica

Dati alla mano, hanno osservato che la produzione di rifiuti plastici di questi Paesi è stata di 275 milioni di tonnellate nel 2010. Di questa montagna di rifiuti dai 5 ai 13 milioni hanno terminato il loro viaggio in quella che è ormai diventata una discarica gratuita e globale: gli oceani. In testa alla classifica dei 20 maggiori produttori di rifiuti di plastica negli oceani c’è l’Asia: Cina, Indonesia, e Filippine sono sul podio. Paesi dove, commentano gli autori della ricerca: “L’economia sta probabilmente crescendo rapidamente, ma la gestione dei rifiuti non riesce a tenere il passo”. Il ventesimo posto della classifica è occupato dagli Stati Uniti.

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Il Mediterraneo. Il Mediterraneo è un bacino particolare. I Paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono abbastanza virtuosi, a parte Egitto, Algeria, Marocco e Turchia che sono nella top 20 dello studio”, commenta Tomaso Fortibuoni, biologo marino presso l’ISPRA di Chioggia. “Il problema però è che il Mediterraneo è un mare praticamente chiuso, con un lento ricambio di acqua, e questo favorisce l’accumulo dei rifiuti di plastica”, spiega. Tra tutti, l’Adriatico, è uno dei bacini più sporchi del Mediterraneo, ammette Fortibuoni. Qui, in particolare, una gran parte di rifiuti sono cassette di polistirolo: “imballaggi per I prodotti ittici provenienti forse dai pescherecci, ma magari anche da terra e trasportati dal vento”.

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Fortibuoni è responsabile per l’ISPRA del progetto Europeo Defishgear, il cui scopo è appunto la stima dei rifiuti marini (sul fondo, galleggianti, ma anche spiaggiati) nell’Adriatico e proporre nuovi protocolli per la riduzione dei rifiuti in mare. Il problema è anche storico: la plastica è una invenzione tutto sommato recente, entrata nei supermercati tra gli anni ’30 e ’40, la gestione dei rifiuti plastici si è strutturata a partire dagli anni ’70, mentre nei Paesi in via di sviluppo, il boom del consumo di plastica è ancora più recente. Con la popolazione mondiale ancora in forte crescita, e la produzione di plastica che cresce con essa, è molto probabile che i rifiuti nel mare aumenteranno fino a decuplicarsi entro il 2025.

Una via di uscita però c’è e prima di poter passare da una costa all’altra camminando sui rifiuti qualcosa qualcosa si può fare. I Paesi in via di sviluppo devono migliorare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti plastici, spiegano gli autori della ricerca, mentre i Paesi industrialmente più avanzati possono concentrarsi, per esempio, sulla riduzione delle plastiche monouso.

Posted on febbraio 16th, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

I fiumi alpini sono gravemente malati: il 10% si salva

Come sempre la fotografia scattata dal rapporto Wwf “Save the Alpine Rivers!”, primo studio globale dedicato ai sistemi fluviali dell’intero arco alpino, condotto con l’Università per le Risorse Naturali e le Scienze della Vita di Vienna è drammatica.

Un fiume alpino su 10 in Europa è in salute e fornisce acqua per riuscire a far fronte ai cambiamenti climatici; pochissimi sono quelli incontaminati, tra i grandi corsi d’acqua: solo 340 km tra i grandi fiumi delle Alpi mantengono uno stato ecologico elevato, mentre 2.300 km sono stati classificati

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come artificiali o profondamente modificati dall’uomo.

Secondo Christoph Litschauer, a capo del Programma Acque del Wwf European Alpine Programme, “solo l’11% dei fiumi alpini è ancora ecologicamente intatto. Si tratta per lo più di piccoli corsi d’acqua, per la maggior parte minacciati dallo sviluppo di piccoli impianti idroelettrici”.

Numeri che pesano, se si pensa che in Europa sono 14 milioni le persone che utilizzano l’acqua delle Alpi per gli usi domestici e per produrre energia.
Christoph Litschauer sottolinea che “Quello che serve è costruire un dibattito qualificato, a livello panalpino, che chiarisca quali habitat vogliamo preservare in futuro. Questo significa che dobbiamo stabilire quali fiumi proteggere prima che gli effetti cumulativi dello sfruttamento idroelettrico e dei cambiamenti climatici creino impatti tali da essere disastrosi,”.

Lo studio del Wwf, permette di evidenziare quei corsi d’acqua che dovrebbero essere la priorità per i futuri progetti di ripristino.

Le priorità d’intervento si basano sui dati della Direttiva Quadro sulle Acque, sullo stato di protezione secondo Iucn e sulla presenza di piane d’esondazione naturali, in modo da poter rappresentare il grado di naturalità di ciascun tratto di fiume.

Il sistema combina i principali dati sulle pressioni esercitate dall’uomo, in modo da stabilire un livello di urgenza per la protezione di fiumi come il Lech in Austria, la So?a (l’Isonzo sloveno) o il Tagliamento.

A minacciare questi fiumi, oltre alla costruzione di dighe e la regolazione delle acque, i molti argini convertiti in aree urbane o agricole, riducendo la capacità dei corsi d’acqua di far fronte alle inondazioni, e i cambiamenti climatici.

“Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più probabili e dobbiamo proteggere e rafforzare la capacità delle nostre ‘infrastrutture verdi’, compresi fiumi e zone umide”, aggiunge Litschauer. Invece, l’aggressione al territorio è caratterizzata da un consumo di suolo che in Italia viaggia al ritmo di 93 ettari al giorno, dalla canalizzazione dei corsi d’acqua e dalla loro artificializzazione. Situazione che è valsa all’Italia una procedura di accertamento aperta dalla Commissione Europea a seguito di denunce per l’eccessivo sfruttamento per fini idroelettrici in particolare dei bacini alpini di Tagliamento, Oglio e Piave.

Il Wwf ora teme che, a seguito delle polemiche dopo le recenti sciagure, vengano sbloccati fondi per realizzare interventi a “pioggia”, di tipo “tradizionale” (canalizzazioni, coperture di alvei…), al di fuori di qualsiasi pianificazione e logica di bacino e, soprattutto, lontani dagli annunciati “interventi integrati finalizzati alla riduzione del rischio, alla tutela e al recupero degli ecosistemi e della biodiversità e che integrino gli obiettivi della direttiva 2000/60/Ce e della direttiva 2007/60/Ce” del Governo indicati nella Legge di Stabilità 2014.

Posted on ottobre 22nd, 2014 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Us Navy fa il “miracolo” e trasforma acqua di mare in carburante

New York – Gli scienziati sono riusciti a trasformare l’acqua dell’oceano in carburante: «Una scoperta che rivoluzionerà il rifornimento delle navi da guerra in alto mare».

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New York  07/04/14 – Quasi un “miracolo” da alchimisti del Medioevo. Ma a realizzarlo, nei laboratori di massima sicurezza della Marina americana, sono stati esperti chimici in uniforme: gli scienziati sono riusciti a trasformare l’acqua dell’oceano in carburante. La scoperta viene definita dagli alti ranghi della Us Navy

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una “pietra miliare” che rivoluzionerà il rifornimento delle navi da guerra in alto mare, rendendole più sicure ed efficienti e successivamente verrà applicata anche agli aeroplani da guerra. Dopo decenni di ricerca in questo senso, un team di scienziati del Naval Research Laboratory, guidato da Heather Willaur, ha messo a punto una nuova tecnologia che per la prima volta ha estratto anidride carbonica e gas idrogeno dall’acqua del mare.

A darne l’annuncio è stato il viceammiraglio Philip Cullom: «Abbiamo sviluppato una tecnologia che cambierà le regole del gioco – ha dichiarato – e ne abbiamo dimostrato l’efficacia, ora dobbiamo aumentarne la produzione». «Dopo aver vissuto gli ultimi 60 anni con un accesso continuo a fonti di energia che ritenevamo illimitate e trattando l’energia come fosse aria sempre disponibile – ha proseguito – abbiamo capito che non è così, e ora stiamo pensando in maniera ben più creativa a come creare energia». I ricercatori della Us Navy hanno usato un trasformatore catalitico, per convertire le sostanze gassose ottenute dall’acqua dell’oceano in liquido, ed hanno cosi dato vita alla nuova “benzina del mare” che ha già fatto volare un aereo-modello. Al momento, per rifornire la navi della Marina

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Usa, si usano 15 petroliere: ma le navi si devono accostare in alto mare, con manovre spesso pericolose e che fanno perdere tempo prezioso nelle fasi

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di combattimento.

La Navy si aspetta che per usare il nuovo carburante sulla intera flotta ci vorranno una decina di anni. «Il carburante creato dall’acqua ha lo stesso aspetto e persino odore di quello regolare – ha detto l’autrice principale della ricerca Heather Willaur – abbiamo dimostrato che funziona ma ora dobbiamo riuscire a produrlo in quantità industriali».

Posted on aprile 8th, 2014 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Acqua non basterà più alla popolazione mondiale: catastrofe può essere evitata

BONN 28/05/2013: Se non si assumono comportamenti più responsabili, tra due generazioni l’acqua non basterà  più ai circa 9 miliardi di persone che vivranno sulla Terra. A metterlo in evidenza sono stati più di  500 scienziati  di tutto il mondo durante un

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convegno a Bonn, in Germania. E’ necessario razionalizzare l’uso dell’acqua per evitare che si verifichi una situazione drammatica.

Posted on maggio 28th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

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