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Archive for the ‘animali’ Category

RADIOATTIVITA’ IN LIGURIA

LE CERTEZZE DELL’ESPERTO E I DUBBI DEL CITTADINO
Comunicato stampa di Mondo in Cammino sul riscontro di radioattività in Val di Vara

Considerazione in merito all’articolo pubblicato dal “Secolo XIX” e intitolato: “Radioattività, analisi Arpal sui terreni. L’esperto: «Nessun pericolo per le carni»”

Come di consuetudine di fronte a un problema che riguarda la contaminazione radioattiva (foraggio radioattivo somministrato a vacche di un’azienda agricola della Val di Vara), l’esperto di turno cerca di piegare i suoi ragionamenti alla politica del non “creare panico”, piuttosto che ispirarsi ad un atteggiamento di precauzione e preventivo.

Così facendo, e in maniera paradossale nel tentativo di supportare la propria tesi, l’esperto crea un nuovo allarmismo: quello rispetto ad un passato in cui, pare, non siano state assunte misure preventive e date informazioni adeguate ai cittadini.

Dice, infatti, l’esperto: “La radioattività nello spezzino dopo il disastro di Chernobyl è più alta che nel resto della Liguria. Nei giorni dello scoppio pioveva nella zona. Ma questo non ha correlazione con questa vicenda. A Rocchetta Vara abbiamo una stazione di controllo del cesio 137. Quando iniziarono i monitoraggi fu scelta la zona perché alta e pianeggiante”.
Sappiamo ora che nello spezzino la radioattività era più alta che da altri parti. Capiamo così l’alta presenza di tumori in Val di Vara come risulta dal Registro dei Tumori della Regione Liguria. Perché l’esperto, nella sua disanima di minimizzazione del rischio, si è dimenticato di riportare questi dati allo scopo di fornire una visione d’insieme?
In secondo luogo, preso da questo suo compito di minimizzare e tranquillizzare la popolazione, afferma: “Il cesio… resta più alto che in altre province. Intorno ai 5 mila becquerel. Siamo partiti da 26 mila”. Solo un errore? Secondo le leggi della fisica il decadimento periodico del Cesio dopo 30 anni dovrebbe assestarsi a 13.000 becquerel (come confermato dall’AIPRI). Un motivo in più di preoccupazione e di indirizzo per verificare l’adozione di eventuali norme precauzionali e di maggiori controlli in quel territorio, non solo casuali, del momento o pianificati al minimo.

Continuando l’esperto conferma, in maniera maldestra come ovvia scusante, quanto sappiamo da tempo e converte i dubbi in certezza: “Lo stronzio 90 e il cesio 137 sono in tutta Europa dopo quell’evento”, cioè dopo l’incidente di Chernobyl. L’esperto mette in evidenza un problema globale e con esso l’implicita necessità di dedicare ad esso la giusta attenzione. In pratica ciò si traduce in una migliore pianificazione dei controlli e nell’analisi di una maggiore campionatura, unitamente alla revisione del concetto di norma sui livelli massimi di contaminazione alimentare tenendo conto del concetto di cumulo.

Questo implicito accenno ai controlli, conseguente alla diffusa contaminazione di tutta l’Europa – come afferma l’esperto – deriva dall’assioma che “Si trova ciò che si cerca”. Nell’articolo viene riportato: “Vero è che lo stronzio 90 non era mai stato ricercato con analisi puntuali sul foraggio”. Questa la dice lunga sui controlli. Soffermandoci a Chernobyl (senza parlare di altri fallout che si sono avuti negli anni fino ad arrivare a Fukushima), l’incidente ha liberato più di 70 radionuclidi. Senza volerli ricercare tutti, dovrebbe essere obbligatorio indagare la presenza di Cesio, Stronzio, Americio e Plutonio. Forse la realtà risulterebbe diversa da come viene presentata.

Infine l’articola afferma: “Il foraggio, come emerso anche dalle analisi botaniche, è compatibile con quell’area. Non è stato acquistato”. Compatibile non fa rima con certezza. Ma senza sollevare sospetti, qualora fosse stato acquistato, quali problemi ci sarebbero stati? In teoria nessuno perché i controlli dovrebbero essere efficaci – in qualità e quantità – sia a livello locale che in caso di importazione. Ma è sempre così? Non va dimenticato che grandi quantitativi di foraggio e grano vengono importati in Italia dai territori dell’Ucraina contaminati da Chernobyl.
Solo l’anno scorso sono state importate da questo paese 600.000 tonnellate di grano, quantitativo quadruplicato rispetto agli anni precedenti. E in Ucraina è in funzione una seconda Chernobyl nella centrale a biomasse di Ivankov. Mondo in cammino, al proposito, sta preparando un dossier con documenti, dati, rilevazioni in loco.

In definitiva, come per ogni problema riguardante i cittadini, non si tratta di fare dell’allarmismo ingiustificato, ma di fare e dare un’informazione corretta e giustificata.
In ogni caso, è sempre meglio una precauzione in più, che il rischio di un danno che potrebbe manifestarsi certo: non lo richiede solo il buon senso e la ricerca della verità che ad esso si accompagna, ma l’etica nei confronti del cittadino e delle future generazioni.

Massimo Bonfatti
Presidente di Mondo in cammino
www.mondoincammino.org

Posted on febbraio 6th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Animali Made in China: dal 2016 una fabbrica li clonerà

PECHINO 25/11/15 – L’obiettivo è quello di aumentare e anche in modo rapido la qualità del bestiame, così da avere anche il beneplacito dell’opinione pubblica. Il fine è ovviamente commerciale e dunque con forti interessi economici. La realtà è però sotto gli occhi di tutti: ancora una volta gli animali finiscono nel mirino dell’uomo. La Cina è infatti pronta a costruire il più grande impianto per la clonazione animale del mondo. Dunque non avremo più solo prodotti di ogni tipo Made in China, ma anche creature viventi. Dai cani ai cavalli, fino alle mucche. Il progetto, che prevede la realizzazione di un laboratorio, un centro di clonazione, una banca del gene e un centro espositivo per la scienza e l’educazione in grado di attirare investimenti per un valore di 200 milioni di yuan, sarà sviluppato all’interno dell’area per lo sviluppo economico e tecnologico di Tianjin (Teda) nel nord-est del paese. L’edificio principale sarebbe già in costruzione e dovrebbe essere completato entro giugno del prossimo anno. Tra gli animali che saranno clonati ci sono cani, bovini, cavalli da corsa. Tutti saranno utilizzati per servizi commerciali e il miglioramento delle razze. Il progetto potrebbe migliorare rapidamente la qualità del bestiame e portare la scienza della clonazione un passo avanti verso l’accettazione da parte di una fetta più grande della società. Il presidente di Boyalife Xu Xiaochun ha detto che il centro inizierà a produrre 100.000 embrioni bovini in un anno, per poi espandere la produzione annua ad un milione di embrioni. Dal 2000, gli scienziati hanno clonato ovini, bovini e suini. La prima azienda cinese di clonazione commerciale è stata istituita nel settembre 2014 nella provincia di Shandong, con la nascita di tre cuccioli di mastino tibetano purosangue. Tra gli animali che più probabilmente saranno oggetto di studio anche i cani da fiuto per le forze dell’ordine e i cavalli da corsa. Attenzione però, perché al di là dei fini commerciali c’è un annuncio da registrare che potrebbe rivoluzionare davvero il mondo animale. Il presidente di Boyalife ha anche sostenuto che la sua azienda potrebbe essere un giorno la

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prima al mondo a riprodurre un panda gigante clonato. Se il tentativo dovesse riuscire si potrebbe risolvere il problema dell’estinzione di molte specie animali a rischio. Fantascienza? Sarà il tempo a dirlo.

Posted on novembre 25th, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Mucche dopate con somatotropina:

Non si ferma la maxi-operazione dei carabinieri del Nas per stroncare un vasto traffico di farmaci illeciti da somministrare ai bovini per incrementare del 20% la produzione di latte. L’hanno chiamata «Via Lattea» e tutto è iniziato il 24 ottobre 2014. A finire in manette giovedì mattina è stato un bresciano ex agente di commercio che lavorava nel settore zootecnico, finito nel mirino dei Nas già dopo le perquisizioni del 24 ottobre 2014 e del 17 marzo 2015. La somatropina arrivava dalla Corea, via Svizzera e via Spagna: un tragitto dell’ormone che rende il prodotto pericoloso per il consumatore finale.
I blitz dei Nas
Il primo maxi blitz del 2014 aveva portato al sequestro di 16 allevamenti,4000 capi di bestiame, 55 kg di farmaci illegali, 80.000 litri di latte erano stati sottoposti a vincolo sanitario, 15 fiale di somatotropina, , 1700 confezioni di farmaci veterinari per bovini e suini, 10 fusti per un totale di 130 litri di prodotto medicamentoso per uso veterinario. La seconda ondata di perquisizioni, compiuta tra Cremona, Milano, Brescia, Pavia, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Modena, Asti e Torino aveva messo nel mirino agenti di commercio nel settore zootecnico e 8 allevamenti intensivi portando al sequestro di 18mila confezioni di medicinali e 1300 chili di mangime medicato. Erano inoltre state denunciate complessivamente 26 persone.

Posted on settembre 3rd, 2015 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Ecatombe di passeri , pesticidi sotto accusa

10/09/13 – Il mondo agricolo li chiama agrofarmaci. Perché come medicine sono in grado di curare le sterminate estensioni di mais della Bassa dalla piaga della diabrotica, l'insetto che ne divora le radici. Il mondo venatorio li chiama semplicemente veleni. E li accusa di uccidere volatili e selvaggina che malauguratamente entrano nei campi appena trattati e si cibano dei vegetali contaminati. E avanza un inquietante interrogativo: sono loro i responsabili dell'ecatombe di passeri, ormai spariti dalla Bassa?

 

Stiamo parlando dei potenti pesticidi con cui anche quest'estate- per limitarsi al Bresciano - sono stati trattati quasi 6mila ettari di granoturco. Se le istituzioni sanitarie già quattro anni fa hanno imposto qualche paletto al loro utilizzo (limitando orari e distanza minima da abitazioni e fossi), se i sindaci hanno provveduto a stilare qualche ordinanza, nella popolazione locale non c'è particolare percezione di rischi e cautele necessarie. Eppure recenti studi scientifici hanno dimostrato come i fosforganici non selettivi siano in grado di distruggere non solo il sistema nervoso degli odiati insetti ma anche quello degli altri ignari animali presenti nei campi di mais. E non mancano casi di gravi intossicazioni nell'uomo: «È capitato tra Borgo San Giacomo e Pontevico che degli agricoltori entrati nei campi di notte per l'irrigazione – spiega una fonte sanitaria – abbiano accusato gravissimi malori e siano stati ricoverati in pronto soccorso. Si è poi scoperto che la mattina quei campi avevano subito un trattamento contro la diabrotica».
 

I cacciatori non mancano di fare sentire la loro voce. «Anche quest'anno ho ricevuto telefonate dei nostri associati che hanno trovano selvaggina morta nei campi stati trattati» denuncia Armando Lancellotti, presidente di Libera Caccia. Anche Marco Bruni, presidente di Federcaccia, l'associazione venatoria più rappresentativa, ricorda le tante segnalazioni dei suoi associati. «Ma abbiamo assolutamente bisogno di evidente scientifiche; per questo invito tutti i cacciatori che trovano selvaggina morta a consegnarla gratuitamente all'Istituto zooprofilattico». Bruni si pone anche una domanda tutt'altro che retorica: «Sia chiaro, io non ce l'ho con gli agricoltori ma con le aziende chimiche che producono questi veleni e con chi dovrebbe controllarli. E mi chiedo perché non si possa in via sperimentale mettere una gabbia di volatili in un campo appena trattato, lasciare che si cibino di quei vegetali e valutarne gli effetti». Un appello a consegnare sempre le carcasse trovate morte nei campi all'Istituto zooprofilattico di via Bianchi viene anche dal direttore generale dello stesso Izsler, Stefano Cinotti: «Stiamo studiando il problema. Il modello d'approccio è quello utilizzato per il problema delle api con i nicotinoidi, ma al momento non possiamo dire con certezza quali siano le cause di morte degli animali ritrovati dai cacciatori nei campi. Sono in corso accurate analisi chimiche sulle carcasse per valutare la tossicità di quei prodotti chimici, che sono però tutti autorizzati dal Ministero».

Non mancano ricerche scientifiche che dimostrano la pericolosità dei principi attivi presenti nei pesticidi fosforati e clorurati utilizzati contro la diabrotica. Il più completo (apparso nel 2011 sul giornale italiano Medicina del Lavoro e consultabile sul web all'indirizzohttp://gimle.fsm.it/33/2/05.pdf) è quello realizzato da un pool di medici della Fondazione Maugeri di Pavia, guidati dalla dottoressa Roberta Turci. Hanno studiato gli effetti del clorpirifos, sostanza base degli antiparassitari più utilizzati contro la diabrotica, in America come in Pianura Padana. I risultati sono inquietanti. Le sostanze sono in grado di rimanere per lungo tempo nell'ambiente e nei tessuti di uomini e animali, visto che sono liposolubili. «Sono abbastanza tossici per gli uccelli – si legge nella ricerca – pericolosi per la fauna selvatica e le api da miele; sono invece fortemente tossici per i pesci d'acqua dolce, gli invertebrati acquatici e marini e possono provocare effetti negativi a lungo termine per l'ambiente acquatico e per la loro persistenza nei sedimenti, rappresentano un pericolo anche per i fondali marini». Per non parlare della loro persistenza nel terreno e nella catena alimentare: «In uno studio canadese residui di clorpirifos sono stati rilevati in campioni di ravanello e di carota due anni dopo la sua applicazione». Logicamente l'ultimo anello della catena alimentare è l'uomo, soprattutto i bambini, «a rischio di contaminazione attraverso il consumo di cibi contaminati e l'assorbimento cutaneo».
 

Posted on settembre 10th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Cipinide

Cos'è

Il cinipide è un imenottero particolarmente dannoso per il castagno, originario della Cina. Per la prima volta è stato

segnalato in Italia nel 2002.

 

Solo femmine

La popolazione è costituita di sole femmine partenogenetiche,lunghe 2 mm, di colore nero

 

Le larve Il cinipide è in grado di deporre 100-150 uova senza accoppiarsi. Le larve svernano nelle gemme, provocando gravi danni ai frutti e all'albero.

 

Posted on dicembre 12th, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

La fine dei cento husky che non servivano più

Usati per i turisti alle olimpiadi del Canada. Uccisi ad uno a uno da un operaio.

La scheda

 

I Giochi

Nel febbraio del 2010 la località sciistica di Whistler, 125 chilometri a nord di Vancouver, ha ospitato alcune gare dei XXI Giochi olimpici invernali.

II turismo

Per intrattenere i turisti nel periodo dei Giochi due società, la Outdoor Adventures e la Howling Dogs hanno utilizzato un massiccio numero di cani husky per trainare le slitte e vendere suggestive escursioni sulla neve.

Il massacro

Dopo le Olimpiadi i cani sono diventati un costo perché la richiesta di gite sulle slitte era calata. Gli husky sono praticamente rimasti «disoccupati» e per questo sono stati abbattuti e buttati in una fossa comune. Solo alcuni di loro, pur feriti, sono riusciti a tirarsi fuori dalla fossa e a mettersi in salvo.

La legge

Secondo la legge canadese una persona che uccide o ferisce un animale rischia fino a cinque anni di prigione.

Posted on maggio 9th, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

Gli stambecchi e il paradiso perduto nel Parco un mistero che li uccide

TORINO — Muoiono i picco­li degli stambecchi, proprio nel Parco del Gran Paradiso che circa un secolo fa salvò la specie dall'estinzione. Se c'è un bel merito di Casa Savoia, è quello di avere salvato gli stam­becchi istituendo una riserva protetta nel 1836, quella che poi sarà, dal 1922, il primo par­co nazionale italiano: il Parco del Gran Paradiso, appunto, a metà tra Piemonte e Valle d'Ao­sta.

Tutti gli stambecchi sparsi per le Alpi derivano da quel centinaio di capi salvati in ex­tremis. Ebbene, proprio dal Gran Paradiso oggi si affaccia un altro spettro per la popola­zione degli stambecchi: il 75%  dei piccoli muoiono per cause  misteriose entro il primo anno : di vita. Molti già nei mesi estivi successivi ai parti. Altri non sopravvivono al primo inver­no, il censimento più recente è stato appena effettuato in lu­glio. Dei circa 5mila stambec­chi del 1993 oggi ne resta pres­sappoco la metà.

«Se nei primi anni poteva­mo pensare a una risposta fi­siologica a qualche evento — spiega Bruno Bassano, veteri­nario responsabile della fauna del parco — e osservavamo la diminuzione del numero com­plessivo (2-300 animali l'an­no), da un paio di anni abbia­mo appurato con un’equipe di biologi che non è così. Non c'è una caduta della sopravviven­za degli adulti; sono i cuccioli che, pur nascendo più o meno nello stesso numero, poi muo­iono presto. E la causa resta ancora misteriosa». Per cercare di trovare la spiegazione a questo fenomeno stanno unendo i loro sforzi le università di Sassari, Pavia e quella canadese di Sherbrooke. «La prima ipotesi è che i piccoli muoiano perché c'è un agente patogeno — continua il veterinario —, ma dovrebbe colpire anche i camosci che in­vece stanno bene. Un'altra ipo­tesi è che la scarsità di neve ne­gli ultimi 15 anni (eccezion fat­ta per l'inverno di due armi fa) abbia aumentato la sopravvi­venza delle femmine, che ven­gono fecondate anche da anzia­ne, partorendo però piccoli più deboli e di peso inferiore che quindi non sopravvivono . La terza ipotesi, la più accredi­tata, è che possa agire il riscal­damento climatico, con prima­vere precoci, portando a matu­razione l'erba più velocemen­te. E così i capretti quando smettono di essere allattati si trovano di fronte ad  erba secca con poche proteine e tanta fi­bra, quindi poco nutriente». Quest’ultima teoria trova con­ferma in popolazioni di altri animali nel Nord America (Canada e Stati Uniti), dovei picco­li di capre delle nevi e di bighorn (specie di mufloni) ven­gono decimanti.

In tutte le valli del parco del Gran Paradiso esiste U proble­ma della mortalità dei piccoli di stambecchi, ma nelle zone vicine, per esempio nel parco nazionale della Vanoise in Francia e aree extraparco del Piemonte e della Valle d'Aosta, pare che ciò non accada. E la conferma viene proprio dai pri­mi dati emersi dal recente cen­simento, utili per cercare una risposta alla moria del Gran Pa­radiso. «In una popolazione co­sì antica, con poca variabilità genetica, come quella presente nel nostro parco — ammette Bassano — qualsiasi evento perturbatore si manifesta con più intensità, e questo ci preoc­cupa>>

Il Parco nazionale del Gran Paradiso istituito nel 1922, è il più antico Parco nazionale i italiano. Si estende per una superficie di 70.318 ettari.

Nel 1856 re Vittorio Emanuele II ( nella foto) decise di costituire nel Gran Paradiso una riserva reale di caccia e dette il via a un programma'di ripopolamento di  stambecchi e camosci. Nel 1919 Vittorio Emanuele III regalò il Gran Paradiso allo Stato Italiano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

Posted on settembre 30th, 2010 by enrico  |  Commenti disabilitati

Vipera dell’orsinii

Vipera ursinii

(Bonaparte, 1835)

 

Diffusione. In Italia, come nel resto del suo areale, è una specie molto localizzata e in molte zone è fortemente minacciata per il degrado ambientale dovuto a un'eccessiva antropizzazione dei suoi habitat. È presente nel piano culminale di alcuni massicci montuosi dell'Appennino centrale, dove si spinge (Gran Sasso) fino a 2400 metri di quota.

 

Aspetto. Se non fosse per la taglia e la diversa diffusione potrebbe benissimo essere scambiata con il marasso; in effetti è molto più minuta e più corta (mediamente gli adulti raggiungono 45-50 cm).

Biologia e comportamento. La fine della latenza invernale, a seconda dell'altitudine, cade tra i mesi di marzo e di maggio; gli accoppiamenti tra aprile e giugno e la nascita dei piccoli (anche questa vipera è ovovivipara) da metà agosto ai primi di settembre. Diurna, è più facilmente osservabile, con temperatura adatta, nelle prime ore del mattino. Temperatura preferenziale diurna 22-30 °C; livello di umidità del 78-84%, calo termico notturno a circa 12-16°C.

Alimentazione. I giovani, e in parte gli adulti, hanno una dieta entomofaga piuttosto specializzata: diverse popolazioni predano in modo quasi esclusivo ortotteri delle due famiglie dei Podismidae e Tettìgo nidae (in particolare dei generi Tettigonia, Epipodisma e Italopodisma). Un adulto ne cattura anche qualche decina al giorno. Comunque possono predare anche lucertole {Podarcis  muralis) e micromammiferi (neonati o piccoli appena svezzati).

Rapporti con l'uomo. Per la sua vulnerabilità e la specializzatissima biologia è stata inclusa tra le specie protette dai regolamenti C.I.T.E.S., mentre risultava già protetta a livello regionale nel Lazio. Ciò si è reso necessario per alcuni motivi: in primo luogo per la sua notevole richiesta nel mercato terraristico europeo e non solo (è piccola, graziosa e quasi per niente velenosa, quindi una vipera da salotto!); in secondo luogo per il notevole frazionamento del suo areale dovuto sia a cause naturali (situazione di specie relitta) sia alla costruzione di strade nei suoi ambienti; infine perché an-che questa specie viene regolarmente uccisa da escursionisti inconsapevoli della sua rarità. Come si è detto il suo morso ha minime conseguenze sull'uomo, sia per la bassa tossicità sia per le dimensioni ridotte dei suoi denti.

Posted on agosto 2nd, 2010 by enrico  |  Commenti disabilitati

Vipera Marasso

Vìpera berus • Linneo, 1758)

 

Diffusione. È presente, in Valle d'Aosta, nelle Prealpi biellesi in Piemonte, nella Lombardia e nel Triveneto alpini.

Nel secolo scorso esistevano popolazioni di pianura presso il delta del fiume Po e in altri tratti dello stesso fiume.

 

Aspetto. Presenta una colorazione di fondo del dorso di solito brunastra (in special modo nelle femmine) o grigiastra (nei maschi) sulla quale si innestano macchiature e striature a contorno variabilissimo, ma in generale formanti una greca longitudinale molto netta. Sono frequenti gli individui melanici o melanotici; la gola è biancastra marmorizzata di scuro e il ventre nerastro; sottocoda spesso aranciato. L'apice del muso è arrotondato e dorsalmente piatto; tra le tante piccole squame cefaliche spiccano tre larghe squame; tra l'occhio e le sopra-labiali si ha una sola fila di piccole squame; la lunghezza totale raramente sorpassa i 65 cm.

Biologia e comportamento. Svolge vita attiva, a seconda dell'altitudine e dell'andamento climatico dell'anno, da marzo-maggio a settembre-novembre; i primi a uscire dalla latenza invernale sono i maschi, qualche settimana più tardi le femmine. Dopo un periodo di termoregolazione e la prima muta, si iniziano gli accoppiamenti (prime settimane di maggio-primi giorni di giugno). Anche qui caratteristiche le fasi "prenuziali" e i possibili duelli dei maschi in fregola. A seconda dell'altitudine varia anche il ciclo sessuale delle femmine, che possono essere recettive ogni 2 od ogni 3 anni. Dopo gli accoppiamenti si portano ai quartieri trofici, posti qualche centinaio di metri distanti dai rifugi invernali anche se le femmine sembrano spostarsi meno e, se gestanti, permanere molto più a lungo in termoregolazione. La nascita dei piccoli avviene nella prima metà di settembre (da 6 a 14 e con una lunghezza al massimo di 20 cm).

Alimentazione. Lo spettro trofico del marasso è più vario della vipera comune e soprattutto nelle aree umide alpine compaiono con frequenza le rane rosse tra le prede abituali; tra i mammiferi sono essenzialmente i topiragno del genere Sorex e le arvicole (Microtus nivalis e M. arvalis) a fare da vittima. I giovanissimi e i giovani predano piccoli e adulti di Lacerto vivipara e giovani rane temporarie.

Rapporti con  l'uomo.

Estinte le sue popolazioni di pianura, che sicuramente avevano provocato parecchi inconvenienti ai poveri braccianti agricoli che vivevano della monda del riso o del taglio delle cannucce nel secolo scorso, oggi l'incontro con questa specie è riservato ai soli escursionisti che frequentano le cime alpine o a coloro che su queste montagne svolgono le loro difficili attività professionali. Data la natura schiva delle vipere il loro incontro sui sentieri è senz'altro occasionale ed i rischi per l'uomo limitati; più a rischio sono i cani e gli armenti che si aggirano nei punti preferenziali di questo serpente. In alcune località (presso Biella e nell'alta Valtellina) gli esemplari uccisi sono conservati sotto alcol di vino in associazione con erbe e foglie balsamiche per ricavarne un infuso curativo. Data la particolare ecologia, da noi è legata prettamente agli ambienti alpini a inversione termica; è specie fisiologicamente molto delicata e quindi meritevole di protezione nominale (peraltro già accordatale in Svizzera, in Valle d'Aosta e nella provincia di Bolzano).

Il suo veleno è tra i più complessi nell'ambito del genere e quello più attivo. e data la vastissima estensione dell'areale della, specie (tutta Europa dai  42°:ai. 62° di latitudine nord; e fino alla Cina settentrionale a oriente) è quello a cui sono imputabili la maggior parte dei casi di morsi e di esiti funesti.

Posted on luglio 31st, 2010 by enrico  |  Commenti disabilitati

Vipera dal corno

 Vipera ammodytes (Linneo,1758)

Diffusione. È presente con sicurezza nella Venezia Giulia, in Friuli (non in pianura), in Carnia e in va­rie località delle Prealpi venete. Nella provincia di Bolzano e probabilmente anche in qualche vallata del Trentino è presente una particolare sottospe­cie: Vipera ammodytes ruffoi Bruno

Aspetto. Il caratteristico cornetto all'apice del muso e la vistosissima fascia dorsale a macchie scure romboidali ad andamento a zigzag, su colore di fon­do chiaro (colore di fondo molto variabile, ma in ge­nerale grigio-biancastro o bruno-giallastro) sono ca­ratteristiche sufficienti a discriminare questa specie. Le sue dimensioni medie sono in genere superiori a quelle delle altre specie ita­liane di vipera (75-90 cm).

 

Biologia e comportamen­to. La latenza invernale termina a marzo, e le usci­te diventano regolari da metà aprile in poi. Gli ac­coppiamenti si hanno in zone di pianura già a fine aprile; le femmine sono re­cettive ogni due anni; i pic­coli nascono tra la fine di agosto e la prima metà di ;f::er-.bre (con una lun­ghezza di 15-20 cm). Da metà ottobre a tutto no­vembre (a seconda dell'al­titudine) gli animali ritor­nano ai rifugi invernali

 

Alimentazione. I giovani ricercano ancor più che ri­spetto a Vipera aspis le piccole lucertole per sosti­tuirle via via con piccoli mammiferi. Gli adulti si nutrono essenzialmente di roditori e lucertole, ma an­che di uccelli nidiacei e im­plumi

 

Rapporti con l'uomo. Poi­ché è la più grossa delle nostre vipere è anche po­tenzialmente la più perico­losa, ma sembra che a pa­rità di veleno inoculato i suoi effetti siano meno po­tenti di quelli, per esem­pio, del marasso. Sicura­mente è la nostra vipera più impressionante e quel­la che più di altre provoca le apprensioni degli escur­sionisti o di quanti hanno a che fare con gli ambienti in cui vive. In effetti è ab­bastanza timida e tranquil­la e al minimo rumore si avvia velocemente nel suo rifugio. Messa alle strette sibila fortemente, gonfian­do molto il corpo, e poi si avventa ripetutamente (giungendo con lo scatto a non più di 20-25 cm in avanti). Può dare sicurez­za sapere che un paio di stivali di gomma del tipo Superga è sufficiente per avventurarsi nelle aree abi­tate dalla specie, permet­tendosi il lusso (da non fa­re per puro divertimento!) di calpestarle importuna­mente senza correre alcun pericolo.

 

In Alto Adige si riteneva che le sue vertebre assicurassero contro diversi malanni e quindi, spolpate, venivano raccolte in una sorta di rosario; in Venezia Giulia si tengono spesso per lo stesso motivo le teste mozzate nella grappa o nell'acquavite. Decisamente interessante, sia come comportamento sia come livrea, e adattabile alla cattività, è una specie fortemente ricercata per la terraristica e quindi minacciata in alcune zone da questo deprecabile commercio (proprio la nostra sottospecie ruffoi è quella più a rischio, fortunatamente protetta già da tempo da un'apposita legge della provincia autonoma di Bolzano). Per questo motivo è protetta nominalmente negli allegati della Convenzione di Berna (in Italia ratificata dal 1982).

Proprio la diffusione commerciale ha provocato deprecabili fatti di rilasci in natura di esemplari provenienti da località balcaniche in territori dove la specie non era presente: è quanto avvenuto in Svizzera nell'alta Engadina e probabilmente nei Lessini veronesi. Altre segnalazioni di questa vipera giungono ogni anno alle cronache da diverse parti d'Italia ma verosimilmente si tratta quasi sempre di individui con una livrea a losanga completa di marasso o di aspide con qualche con qualche rimasuglio all’apice del muso di una recente muta.

Posted on luglio 29th, 2010 by enrico  |  Commenti disabilitati

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