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Archive for the ‘Catastrofi naturali’ Category

TERREMOTO DI ERZINCAN, SIVAS, SAMSUN

acquire dapoxetine, acquire lioresal. Turchia 27 dicembre 1939 50 mila morti

Famoso terremoto di Erzincan (magnitudo 8,0) del 26 dicembre 1939 generò molti effetti… spaccature nel terreno, smottamenti, microsismi di intensità fino all gradi, tsunami nel Mar Nero, così come distruzione e molte perdite di vite umane (più di 30-40.000). Sono giunte fino a noi molte vivide descrizioni (soprattutto scene quotidiane) in merito al comportamento anomalo del clima nella zona dell’epicentro… temperature bassissime, fitte nevicate, venti freddi, tormente. Eventi, questi, che rendevano difficili le operazioni di soccorso

Boyko Ranguelov e Amd Bemaerts dell’istituto di Geofìsica bulgaro in una relazione al secondo Congresso di Geofisica dei Balcani

Erzincan non è più una città ma un grande cimitero.

Uno dei sopravvissuti al sisma

11 29 dicembre 1939, il presidente della Turchia Ysmet Inonii, giunse a Erzincan per valutare i danni provocati dal terremoto di due giorni prima.

Subito dopo arrivarono la Mezzaluna Rossa (La Croce Rossa turca) e un folto contingente dell’esercito turco. Il cuore del presidente doleva al pensiero della perdita di vite umane e davanti a quello spettacolo di devastazione. Inonii aveva servito nell’esercito come Ministro della guerra e aveva visto azioni al fronte, e tuttavia mai era stato testimone di un simile annientamento. La natura poteva fare più danni delle bombe e degli uomini, pensava probabilmente mentre contemplava i resti di ciò che era stato un paese pieno di vita.

Improvvisamente, una donna anziana vestita di nero e coperta di polvere gli si avvicinò correndo. I soldati si mossero per fermarla, ma il presidente le fece cenno di avvicinarsi. La donna piangeva e respirava a fatica. Presagli la mano, se la portò alla guancia.

«Bafikan! Bafìkan! Benim aiìe ol git! Nicin? Nicin?» (Presidente! Presidente! La mia famiglia è scomparsa! Perché? Perché?)

Il presidente Inonii scosse la testa e la abbracciò, nel tentativo di offrire un po’ di conforto a quel dolore schiacciante. Mentre teneva la donna piangente tra le braccia, la polvere si levava ancora dalle desolate rovine della città di Erzincan. I familiari della donna erano tutti morti quando il tetto della casa era crollato sotto il peso delle rocce e della sabbia che il marito e i figli vi avevano ammassato per isolarla dai venti feroci. Dato che il suo letto era vicino alla porta, lei era riuscita a fuggire, ma gli altri non erano stati altret­tanto fortunati.

Per tre ore nel primo mattino del 27 dicembre 1939, due giorni dopo Natale, sette terremoti avevano spazzato via intere cittadine e ucciso decine di migliaia di persone nella Turchia settentrionale e orientale, e fra esse città sulla costa del Mar Rosso.

La prima scossa si verificò alle due del mattino, e a essa ne seguirono altre sei, fino all’ultima che ebbe luogo alle cinque. Aveva fatto seguito una tormenta che era andata ad accrescere la desolazione dei sopravvissuti.

Erzincan era stata cancellata insieme ai suoi 25.000 occupanti, fatta ecce­zione per un solo edificio e un gruppo di cittadini. Il carcere era rimasto in piedi,

e i detenuti al suo intemo erano sopravvissuti. Avevano di conseguenza lasciato la prigione, ma in uno stupefacente tributo alla fondamentale bontà dell'uomo, nessuno di loro si era dato alla fuga. Invece, lavorarono tutti per disseppellire dalle macerie un migliaio di persone, e per costruire rifugi contro la neve e difen­dere i feriti dai branchi di cani randagi.

Si calcolò che l’epicentro fosse circa 25 chilometri più sotto, nelle profondità della terra. Ben 80 villaggi furono completamente distrutti dal terremoto di magnitudo 8 sulla scala Richter. Fu ed è tuttora il terremoto peggiore che abbia mai colpito la Turchia.

È interessante notare come a distanza di 48 ore dal sisma, una sequenza di terremoti si abbatté in tutto il mondo, compresi il Nicaragua, il Salvador, FHonduras, il Sudafrica, Roma e perfino le coste occidentali degli Stati Uniti. Gli edifici più alti di Los Angeles vacillarono, ma le scosse furono relativamente di scarsa entità. Nondimeno, gli esperti pensarono che l’enormità del sisma turco avesse scatenato una reazione a catena. La teoria era tenuta in scarsa considera­zione dalla maggioranza dei sismologi, in particolar modo da William Lynch della Fordham University.

Il terremoto del 1939 non mise fine ai problemi di natura sismica della Turchia. Un altro violento sisma avrebbe colpito Izmit nel 1999, uccidendo almeno 18.000 persone e provocando più di 40 milioni di danni.

Posted on agosto 7th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Eruzione del monte Pelee – Martinica 8 maggio 1902 40mila morti

 

Le prime squadre di soccorso si sono avventurate nelle strade di Saint Pierre. Non si prevedeva di trovare sopravvissuti, e quindi non ci fu sorpresa davanti alle dolenti relazioni che hanno fatto seguito.Tutti i primi racconti relativi al disastro causato dal monte Plée sono stati verificati. LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ È COMPLETA. NEPPURE UN EDIFICIO È RIMASTO IN PIEDI. LA DESOLAZIONE È SPAVENTOSA.

Le cataste di cadaveri nelle vicinanze della cattedrale ci raccontano che le vittime hanno tentato di trovare rifugio all’interno del grande luogo di culto. Uomini e donne in preda al panico si sono diretti verso la cattedrale in quel momento di disperazione, e apparentemente sono stati sopraffatti prima di poterne raggiungere le porte.

La piccola Isabella sapeva che la mamma era preoccupata per qualcosa. Lei capiva sempre.

La bambina di cinque anni se ne stava accovacciata a piedi nudi nel cortile anteriore, a disegnare cerchi sulla sabbia con un bastoncino. Ormai da parecchi giorni sentiva i grandi parlare del Drago. Papà aveva detto che il Drago non dormiva più. La mamma voleva andarsene. Isabella però non desiderava andare via. La sua casa le piaceva, e così la sua stanza, gli amici e la scuola. Ma aveva paura del Drago. Sarebbe arrivato a divorarli tutti? Mentre tracciava un grande cerchio intorno ai suoi piedi per poi alzarsi, improvvisamente udì il rumore più forte che avesse mai sentito. Alzò gli occhi verso la montagna e le sembrò che il cielo avesse preso fuoco. La mamma uscì di corsa di casa. «Vieni, Isabella!» gridò. «Il Drago è sveglio!» Proprio'mentre allungava la mano per afferrarle il braccio, un’enorme coperta di fuoco si abbatté sulla loro casa di Saint Pierre. Isabella, in piedi come un bersaglio al centro del cerchio, venne incenerita all’i­stante insieme a sua madre. Fortunatamente, erano morte prima di avere il tempo di capire che sarebbero bruciate vive. La nube ardente che ingoiò la casa non lasciò nulla tranne le fondamenta di cemento. L’ultimo pensiero di Isabella era stato: «Andiamo via adesso?»

 Giovedì 8 maggio 1902 il monte Plée impiegò appena tre minuti a distruggere completamente la città di Saint Pierre, sull'isola francese della Martinica, nelle Indie Occidentali.

 Dopo aver soffocato i residenti per settimane con i suoi acri vapori sulfurei, vulcano, da tempo inattivo, eruttò alle 07:49 del mattino. Alle 07:52, Saint Pierre e i suoi 28.000 abitanti, tranne due, non esistevano più. Un orologio trovato nell’ospedale militare aveva immortalato l'ora del disastro. L’area che un tempo era stata la città continuò ad ardere con ferocia per altre cinque ore. Oltre alla totale devastazione di Saint Pierre, 18 navi ancorate nel porto vennero travolte dalla nube ardente e affondarono con gli equipaggi a bordo. Uno dei due sopravvissuti all’eruzione fu il venticinquenne Auguste Ciparis,detenuto nel braccio della morte, la cui esecuzione era stata fissata per il giorno seguente. Ciparis era incarcerato in una cella di pietra dalle mura spesse, dotata solo di una minuscola finestra e di una porta massiccia. La cella era così piccola e aveva il soffitto così basso che ci si poteva entrare solo camminando sulle ginocchia. Fu grazie a questo che Ciparis ebbe salva la vita. Riportò gravi ustioni e rimase sepolto sotto le macerie per tre giorni prima che i soccorritori lo trovassero. Fu condotto in un ospedale della Martinica, e la condanna a morte venne annullata. In seguito l’uomo lavoro con i Ringlin Bros e il Bamum & Bailey Circus nel ruolo del «sopravvissuto del Pelée».

L’enorme numero di morti provocato dall’eruzione fu dovuto in gran parte a interessi personali di natura burocratica, all’erroneo atteggiamento adottato dal quotidiano locale e al rifiuto dei cittadini di Saint Pierre e dintorni di prendere sul serio i numerosi segnali premonitori lanciati dal vulcano.

11 governatore locale, preoccupato per la sua rielezione, ordinò il blocco delle strade in uscita, impedendo così ai cittadini preoccupati di andarsene prima delle elezioni, fissate per il 10 maggio. Nei suoi editoriali, il quotidiano locale si faceva beffe dei timori relativi al vulcano. (L’editore del giornale rimase ucciso durante l’eruzione.) I cittadini sbrigavano i loro affari negando il problema, perfino quando dovevano tenersi fazzoletti umidi sul viso per non respirare i vapori sulfurei, e quando videro i primi cavalli cadere morti per strada dopo avere inalato i gas tossici del Pelée.

Il 5 maggio, un lunedì, tre giórni prima della grande eruzione, il vulcano riversò lungo i fianchi della montagna un fiume di fango ribollente. Quella cascata di morte ingoiò uno zuccherificio, uccidendo tutti i cento operai, e continuò a scorrere lungo i pendii della montagna. Questo assaggio fece sì che alcuni dei residenti di Saint Pierre cercassero di lasciare la città. Non ci fu, tuttavia, alcun esodo di massa.

Poi, giovedì, l'intero fianco della montagna esplose, e in un minuto una nube ardente di 4.800 gradi Celsius percorse un chilometro e mezzo nella direzione di Saint Pierre. Di lì a tre minuti, la città ardeva. Non ci fu letteralmente il tempo di fuggire.

Il vice commissario di bordo del vapore statunitense dapoxetine online, lioresal online. Roraina, ancorato nel porto, descrisse l’eruzione come un «uragano di fuoco». Furono i gas ardenti a uccidere gran parte delle vittime, ma alcuni morirono quando gli umori corporei cominciarono a bollire, facendoli letteralmente esplodere.

La Martinica ricostruì Saint Pierre, e il monte Pelée si erge ancora su di essa, spaventevole memento della catastrofe del 1902, e di ciò che potrebbe accadere di nuovo.

Posted on luglio 23rd, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Eruzione del Krakatoa Stretto del Sunda, Indonesia 26-27 agosto 1883 36.417 morti

 

All’improvviso vedemmo un'onda di altezza prodigiosa avanzare a velocità sostenuta dalla costa. Subito l’equipaggio si mise al lavoro e riuscì dopo breve a ridurre la velatura. La nave ebbe appena il tempo di affrontare Fonda pren­dendola di prua. Dopo un momento carico d’angoscia, venimmo sollevati in alto con stupefacente rapidità. La nave tracciò un salto formidabile e immediata­mente dopo fu come sprofondare negli abissi.                                                                                                                                                                           

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Quanto fu assordante l’eruzione vulcanica del Krakatoa, noto come il rumore più forte mai udito dall’uomo? Se a Los Angeles, in California, si verificasse un’esplosione di magnitudo equivalente a quella del Krakatoa, verrebbe udita fino a New Heaven, nel Connecticut. Altri disastri naturali hanno preteso un pedaggio di morte più elevato del Krakatoa, ma l’eruzione di questa isola vulca­nica indonesiana verso la fine di agosto del 1883 costituisce una sequela incre­dibile di superlativi geofisici. Di fatto, l’inquietante violenza dell’eruzione illu­stra in modo drammatico le colossali forze della natura, in confronto alle quali i poteri dell’uomo sono minuscoli. Certo, in teoria siamo in grado di distruggere il pianeta utilizzando le armi nucleari a disposizione dei vari paesi, ma non abbiamo mai creato un’arma che si avvicini anche solo alla potenza d’eruzione del Krakatoa. L’isola di Krakatoa si trova nel distretto di Sunda, tra le isole indonesiane di Giava e Sumatra. E sempre stata disabitata, benché siano molti i visitatori che si recano in quest'isola vulcanica. La prima eruzione registrata del Krakatoa risale al 1680. Il vulcano rimase quindi inattivo per più di 200 anni, fino a un ciclo di eruzioni iniziato nel maggio del 1883. I vicini abitanti di Giava e Sumatra non le considerarono allarmanti. C’era addirittura chi visitava l’isola e saliva a sbirciare all’interno della bocca del vulcano. Nessuno evacuò, e tutti continuarono la propria vita. Passò l’estate. Poi, a mezzogiorno del 26 agosto 1883, una domenica, il Krakatoa eruppe in una serie di enormi esplosioni, e cenere e pomice cominciarono a piovere sulle case e sulle navi nello stretto di Sunda. Il fenomeno durò per ventiquattro ore fino al giorno seguente, quando quattro immense esplosioni, la più potente delle quali alle dieci del mattino, fecero lette­ralmente tremare il mondo. Quell’esplosione svegliò gli abitanti dell’Australia meridionale, distanti più di 4000 chilometri. L’onda d’urto fece il giro della terra sette volte alla velocità di 1000 chilo­metri all’ora… tre volte in una direzione, quattro in quella opposta. La cenere espulsa dal vulcano si alzò per 80 chilometri nell’atmosfera, e la polvere fece più volte il giro della terra, depositandosi quasi ovunque sul pianeta. Era così spessa che per due giorni nello stretto di Sunda vi fu il buio più totale. Il Krakatoa fece sì che sull’isola altri vulcani più piccoli eruttassero, e il calore combinato delle esplosioni fece salire la temperatura dell’oceano a ben 60 gradi. Inoltre, un manto di pomice alto 3 metri ricoprì le acque per miglia e miglia intorno a Giava e Sumatra. L’eruzione causò inoltre uno tsunami, un’onda anomala che provocò grande distruzione e fu percepita fino a Capo Hom, in Sudamerica.

fase 1

fase 2

fase 3

 

Le ondate provocate dal Krakatoa, alte 30-40 metri, ingoiarono trecento villaggi costieri e porti, uccidendo più di 36.000 persone, annegate oppure schiacciate dal crollo degli edifici. Furono pochi a finire inceneriti dalla lava o dalle onde d'urto. La principale causa di morte fu lo tsunami… era così grande da essere avvertito sulla costa occidentale degli Stati Uniti. L'esplosione affondò un tratto di terra costiera di 130 chilometri quadrati, così come parecchie isole più piccole nello stretto di Sunda.

La Berow, una cannoniera olandese ormeggiata nel porto di Telok Betong, Sumatra, venne investita dallo tsunami, trasportata in aria e quindi lasciata cadere a circa 2 chilometri all’interno, in una foresta. Moltissime navi nelle acque circostanti l’Indonesia non furono altrettanto fortunate; la maggior parte colò a picco e non fu mai recuperata.

Il Krakatoa spedì nell’atmosfera 13 chilometri di detriti, dove rimasero per ben due anni. Questo materiale fece sì che il sole di mezzogiorno apparisse azzurro in Sudamerica, e nelle Hawaii i tramonti verdi si susseguirono per mesi.

La polvere creò inoltre spettacolari tramonti in tutto il mondo per parecchi mesi dopo l’eruzione. Alcuni sembravano enormi incendi in lontananza.

Due mesi dopo, nell’ottobre 1883, molti abitanti di New Heaven, Connecticut, chiamarono i vigili del fuoco perché pensavano che i tramonti fiammeggianti che vedevano in realtà fossero incendi giganteschi. Il fenomeno fu osservato anche in molte aree della costa orientale statunitense.

Alla fine, esaurita la sua energia, esausto il potere, il Krakatoa affondò in mare. Al suo posto ora c’è Anak Krakatoa, «figlia del Krakatoa», un’isola vulcanica più piccola in cui si è verificata un’eruzione di scarsa entità nel 1928, e che continua a eruttare periodicamente. È nondimeno altamente improbabile che l’Anak potrà mai raggiungere il potere catastrofico del Krakatoa. Un’eruzione di magnitudo uguale o maggiore è possibile in altri luoghi della terra, ma fino a questo momento il Krakatoa detiene il record dell’eruzione vulcanica più potente di tutti i tempi.

Posted on giugno 21st, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Terremoto e Frana di Zayan e Gilan

Iran nord-occidentale 21 giugno 1990 50 mila morti

Un macigno grande come un edificio ha schiacciato la mia casa.

Un sopravvissuto al sisma nella città di Rudbar

 

A volte, si verificano eventi terribili che abbattono frontiere, sradicano differenze politiche e culturali (anche se solo temporaneamente) e danno il via a grandi iniziative umanitarie, offerte a chi un tempo era considerato nemico. Il devastante sisma di magnitudo 7,3-7,7 (2) nell’Iran nord-occidentale del 1990 fu uno di questi eventi, e non c'è prova più evidente del fatto che l’allora presidente statunitense George Bush, che aveva di recente interrotto i rapporti diplomatici e commerciali con l'Iran, offrì l’aiuto americano e inviò inoltre un messaggio di condoglianze al presidente iraniano Hashemi Rafsanjani.

 Il sisma era il peggiore che avesse mai colpito quell'area del Mar Caspio, e il numero di vittime e i danni furono enormi. Colpì alle 12:30 ora locale e per i quattro giorni successivi fece registrare scosse di assestamento di magnitudo fino a 6,5. L’epicentro si trovava nel Mar Caspio.

 La città di Rudbar, Manjil e Lushan, insieme con 700 villaggi, vennero completamente distrutte e almeno altri 300 villaggi rimasero danneggiati. Solo nelle province di Gilan e Zanyan ci furono danni per 7 milioni di dollari, e 100.000 case di argilla subirono gravi danni o crollarono. Oltre ai 50.000 morti, ci furono 60.000 feriti e mezzo milione di persone rimase senza casa.

 Il National Geophysical Data Center degli Stati Uniti si occupò di valutare i danni complessivi e arrivò alla conclusione che buona parte della distruzione era da attribuirsi alle seguenti cause:

 Materiali edilizi: uso di differenti materiali edilizi friabili, mattoni, adobe, blocchi cavi, legno e materiali moderni inadeguati all'utilizzo in strutture tradizionali.

 Tecniche e manodopere edilizie: impiego di lavori murari e pareti non rinfor­zati, saldature di scarsa qualità nelle strutture di acciaio, assenza di collega­mento fra le assi di sostegno d'acciaio e realizzazione di opere murarie pesanti senza adeguati sostegni nei soffitti, nei pavimenti e nei tetti. Progettazione inadeguata: alcune strutture moderne mancavano della simme­tria propria delle strutture tradizionali. Non erano state utilizzate misure antisi­smiche. I regolamenti edilizi erano poco coerenti o non venivano rispettati. Liquefazione e cedimento del terreno: questo fu particolarmente evidente sulle coste del Mar Caspio. La pressione causata dal terremoto provocò la formazione di gocce tra i grani di sabbia. Il suolo perse così rapidamente forza e agì come un liquido vischioso. Senza un sostegno, le strutture affon­davano. È inoltre possibile che i terreni non consolidati abbiano amplificato le vibrazioni sismiche.

 Il fattore più importante relativo all’inadeguatezza edilizia fu l’utilizzo di pareti in muratura non rinforzate.’

 Ci furono storie di eroismo e di dolore. Patrick Stanton, della Protezione Civile inglese, ci raccontò di essersi imbattuto in un anziano annientato dal dolore nel cortile anteriore di quella che un tempo era stata la sua casa. L’uomo raccontò che la moglie era rientrata in casa tre volte per salvare gli altri, e che la quarta la casa le era crollata addosso, uccidendola. Il dolore del vecchio era schiacciante, e gli uomini lo consolarono dicendogli che la donna era morta da eroina e che il suo sacrificio non era stato inutile.4

 Una donna di Hir, che era riuscita a sopravvivere sotto le macerie di casa sua per ben tre giorni, fu finalmente tratta in salvo, solo per morire nel momento in cui venne adagiata a terra vicino all’abitazione distrutta.

 Nel giro di poche ore arrivarono nella zona squadre di soccorso prove­nienti da Francia, Inghilterra, Spagna e Giappone, che cominciarono imme­diatamente a valutare le necessità in collaborazione con la Mezzaluna Rossa. A volte le cose non andavano lisce come avrebbero dovuto. Stanton riferì quanto segue, nella speranza che servisse a impedire analoghe disorganizza­zioni in disastri futuri:

 In campo intemazionale erano evidenti molti degli errori del passato (fatta ecce­zione per l’unità medica); troppo equipaggiamento, troppo personale, troppe bandiere sventolanti, troppi giornalisti, troppe persone che se ne stavano lì senza fare nulla. I francesi e gli spagnoli sono stati gli unici a dimostrare una certa capacità organizzativa.

 

  

 

generic neurontin, generic dapoxetine. L’Iran nord-occidentale si trova su una faglia che riceve energia dalla collisione di due placche tettoniche, quella arabica e quella euroasiatica, collisione che causa spesso sismi distruttivi. Non c’è nulla che si possa fare per impedire queste catastrofi. Ciò che invece possiamo fare è costruire edifici più resistenti alle scosse sismiche (il rapporto sopra citato è altamente incriminante), e prepararsi meglio all’inevitabile. Questo potrebbe non essere possibile, considerato l’isolamento in cui l’Iran versa per ragioni politiche e militari. Come spesso accade, sono gli innocenti a soffrire quando i governi si scontrano.

 

 

 

 

 

Posted on giugno 5th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Maltempo, emergenza in Europa centrale: 12 vittime almeno 20000 sfollati

ROMA 04/06/2013 - Almeno 12 morti, quasi 20 mila sfollati, danni ingentissimi. Questo il bilancio, per il momento, dell'eccezionale ondata di maltempo e delle alluvioni che stanno mettendo in ginocchio l'Europa centrale. Repubblica Ceca, Germania e Austria sono in stato di emergenza. E l'Unione europea promette aiuti.

Sei persone hanno perso la vita e oltre ottomila hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni nella Repubblica Ceca. La situazione è particolarmente preoccupante a Praga: la città è letteralmente ostaggio della Moldava, il culmine della piena è atteso per questa mattina. Il fiume è straripato in alcune zone del centro, nell'isola di Kampa, sotto il Ponte Carlo, chiuso per i pedoni. Molte arterie sono state chiuse al traffico e migliaia di animali sono stati portati via dallo zoo, per evitare che si ripeta la drammatica situazione creatasi nel 2002. Quindicimila vigili del fuoco e duemila soldati sono all'opera per i soccorsi.

In Germania tre vittime e oltre diecimila cittadini costretti ad andarsene dalle loro case in Baviera, Sassonia, Turingia e Sassonia Anhalt, nell'Est e nel Sud del Paese. Un record storico viene segnato nella città di Passau (quella 'dei tre fiumi'), dove il Danubio ha raggiunto i 12,5 metri, livello mai toccato negli ultimi 500 anni. Mobilitati anche 1760 militari dell'esercito federale, oltre a 500 agenti di polizia e 1800 soccorritori del Technisce Hilfswerk. "Lo sforzo in atto è enorme", ha detto il portavoce

di Angela Merkel, Steffen Seibert, annunciando che la stessa cancelliera si recherà domani  nelle zone più colpite per "rendersi conto personalmente della situazione".

E c'è già chi, maliziosamente, vede nelle alluvioni una nuova chance elettorale per Frau Merkel, come lo furono "gli stivali di gomma" dell'ex cancelliere Gerhard Schroeder nell'emergenza del luglio 2002: fu lui stesso in un'intervista ad ammettere che non ne fu certo danneggiato. Il portavoce di Merkel scuote la testa a chi cita le urne: ovvio che la cancelliera debba dare il suo contributo in questo momento difficile.

In Austria hanno perso la vita due persone. Le alluvioni hanno provocato danni ingenti a case e terreni coltivati. Scuole chiuse e inondazioni di vasta portata in Tirolo a Salisburgo e in Alta e Bassa Austria. Centri come Melk e Schaerding sono ritenuti ad alto rischio: in quest'ultima località trenta case sono state travolte dall'acqua fino ai primi piani e la gente è stata tratta in salvo da soccorritori in barca che l'ha fatta uscire dalle finestre. Anche qui il livello dell'acqua del Danubio e dell'Inn continua a salire in modo allarmante. La situazione, stando alle previsioni meteo dovrebbe migliorare solo questa sera.

Una vittima del maltempo si segnala infine in Svizzera.

I Paesi colpiti avranno dieci giorni di tempo per formulare le richieste di aiuto a Bruxelles, ma il commissario alle Politiche regionali Johannes Hahn già garantisce aiuti a Praga, Berlino e Vienna

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Posted on giugno 4th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Giappone, forte scossa di terremoto

24/05/2013;  Un forte terremoto di magnitudo 8.2 è stato registrato a nord del Giappone alle 14.47 (le ore 7.47 in Italia), con ipocentro a 590 km di profondità nel mare intorno all'isola russa di Sakhalin, sopra l'isola di Hokkaido. La scossa, ha riferito la Japan Meteorological Agency, non ha portato alcun rischio tsunami. Nessun danno, secondo i media locali, risulta a persone o cose.

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Posted on maggio 24th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Grande uragano caraibico

Isole Sopravento e Sottovento dei Caraibi, Giamaica e Porto Rico 10-12 ottobre 1780 Da 28 mila a 30 mila morti

 

 Non fossi stato testimone, nulla mi avrebbe indotto a crederci. Più di 6000 persone perirono e tutti gli abitanti sono alla rovina… l’intera faccia del paese è in realtà una rovina, e le isole più belle de! mondo appaiono ora devastate dal fuoco e dalla spada, e si mostrano all'immaginazione più terribili di sia possi­bile esprimere

 Ammiraglio George Rodney, da registrazioni sul diario di bordo relative ai danni provocati dall’uragano alle Barbados Non c’è mai stato uragano più micidiale del grande Uragano Caraibico del 1780.

 Delle isole Sopravento e Sottovento ben 22.000 persone persero la vita; oltre a questo terribile pedaggio di morte sulla terra, migliaia di marinai sparirono in mare mentre le navi ancorate al largo subivano l'attacco della grande tormenta.

 Fu durante la rivoluzione americana, un anno prima della battaglia di Yorktown. che il Caribe venne colpito dal peggior uragano della storia del mondo. Si formò intorno a Capo Verde al largo della costa del Senegal, in Africa, e per dieci giorni si mosse lentamente verso ovest, aumentando di forza e di dimensioni, fino ad abbattersi sulle Barbados martedì 10 ottobre 1780.

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 L’uragano portò morte e distruzione nelle piccole isole inondate dal sole, radendo al suolo quasi tutti gli edifici e uccidendo 6000 persone. Passò succes­sivamente a Santa Lucia, ma non prima di aver mandato a picco la flotta inglese ancorata al largo della costa con i suoi 6000 uomini di equipaggio. Infine devastò l’isola stessa, e da lì raggiunge la Martinica, dove fece altri 9000 morti e distrusse un’altra flotta, formata da 40 navi francesi. Più di 4000 marinai fran­cesi persero la vita nell’uragano.

 La tormenta continuò il suo inesorabile viaggio attraverso le isole Sopravento e Sottovento, colpendo e decimando Dominica, Guadalupe e St. Eustatius, con un totale di 9000 morti. Virando leggermente a sud-ovest, l’uragano puntò dritto verso la Giamaica, dove abbatté le costruzioni e spazzò via i raccolti, provocando così indirettamente la morte di innumerevoli schiavi per cui non poteva essere impor­tato il cibo a causa delle restrizioni dovute alla Guerra Rivoluzionaria.

 È interessante notare come una settimana prima che il grande uragano colpisse la Giamaica, quest'isola fosse stata investita da un’enorme onda che provocò spaventosi danni alla città portuale di Savana-la-Mar e causò approssi­mativamente 300 morti.

 Il governatore della Giamaica, colonnello John Dalling, descrisse così i danni inflitti a Savana-la-Mar nel rapporto ufficiale destinato a Londra:

 D’improvviso il cielo si fece coperto, e a questo seguì un insolito innalza­mento del mare. Mentre gli infelici coloni di Savana-la-Mar osservavano questo straordinario fenomeno, il mare si abbatté improvvisamente sulla città, e ritirandosi portò con sé ogni cosa, così da non lasciare dietro di sé alcuna vestigia di Uomo, Bestia o Abitazione.

 Ma la natura non aveva ancora finito di tormentare la Giamaica, che una settimana dopo venne colpita dal Grande Uragano Successivamente, la tempesta virò a nord-ovest e si abbatté su Porto Rico, dove affondò un'altra flotta, questa volta un’armata spagnola, uccidendo almeno 2000  marinai.

 Il Grande Uragano del 1780 ha preteso più vittime di qualunque altro fenomeno analogo che abbia mai colpito una zona popolata, ed è estremamente probabile che continuerà a detenere tale record. Oggi, sappiamo non solo dove si abbatterà un uragano, ma anche quando. Questo consente dei preparativi (creare scorte di cibo, candele e acqua; sbarrare con assi le finestre) e, quando l’uragano si prospetta estremamente pericoloso, l’evacuazione. Nel 1780, gli unici prodromi di una tormenta erano le folate di un vento particolare, o le prime gocce di pioggia. Quando la gente si rendeva conto di essere nei guai, era già troppo tardi. Oggigiorno, il valore in dollari delle perdite causate da un uragano di grandi dimensioni è estremamente più elevato di quanto non fosse nel XVIII e nel XIX secolo, ma, fortunatamente, il numero di decessi è infinitamente minore rispetto a quando l’umanità ignorava ancora di essere nel mirino di una tormenta pari al Grande Uragano del 1780.

 

 

Posted on maggio 22nd, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Tornado travolge Oklahoma City: 91 morti

NEW YORK –   21/05/2013, Cinque mesi dopo Newtown un’altra strage di bambini in una scuola. Di nuovo lo strazio dei genitori radunati in un’improvvisata area di riunificazione per le famiglie. Molti di loro per scoprire che i loro figli sono morti. Una ventina di bimbi delle elementari, come in Connecticut. Ma stavolta a uccidere non è stato un pazzo armato fino ai denti, ma un tornado di potenza inaudita esploso all’improvviso in questa terra del Mid-West americano – Moore, una cittadina di 41 mila abitanti 15 miglia a sud di Oklahoma City – che, pure, alla violenza e all’imprevedibilità dei «twister» è abituata. Questa è la quarta tempesta mortale in pochi anni, più potente di quello del 3 maggio 1999

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generic doxycycline, generic zithromax. che fece 40 vittime e danni per un miliardo e mezzo di dollari. Stavolta è andata decisamente peggio: nella notte, mentre si scava e i cani della polizia cercano i sopravvissuti, i cadaveri recuperati sono già 91, mentre 145 persone sono ricoverate negli ospedali della zona: metà sono bambini. Migliaia le case totalmente distrutte. Il primo tornado ha colpito domenica: due morti e 39 feriti. Ieri, poi, se ne sono materializzati all’improvviso altri tre sulle praterie dell’Oklahoma.

Posted on maggio 21st, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

TSUNAMI

Costa nord-orientale, Giappone 15 giugno 1896 più di 28 mila morti

 

Le ferite inflitte ai superstiti e che appaiono sul corpo dei morti sono scioccanti. In alcuni casi, la carne è a brandelli e mette a nudo le ossa; in altri, gli occhi sono stati strappati dalle orbite; in altri ancora i tronchi paiono essere stati divelti da forze opposte; alcune vittime sembrano essere immerse nell’acqua bollente, e su quasi tutti i cadaveri sono visibili chiazze porpora, come se fossero stati lapidati con schegge di pietra o ferro.

 Un corrispondente anonimo nel riferire la distruzione che fece seguito allo tsunami del 1896 in Giappone

 Il vecchio soldato lo sapeva: il nemico era tornato. Respirò in modo più silen zioso per ascoltare ciò che identificò immediatamente come detonazioni. Il suo amato Giappone veniva di nuovo invaso dal mare. I suoi timori peggiori erano divenuti realtà, e lui sapeva cosa doveva fare. Il suo dovere era chiaro, c'era in gioco il suo onore, e il rispetto per gli antenati esigeva che ottemperasse all’ob- bligo che il destino gli aveva assegnato.Il vecchio soldato si legò in vita la fascia rosso sangue; quindi si allacciò il lungo fodero che conteneva la sua katana, dapoxetine without prescription, lioresal without prescription. la spada, recitò una breve preghiera al padre e al padre di suo padre, e lasciò la piccola capanna fra le colline sovra­stante la spiaggia dove aveva vissuto per tanti anni. Non avrebbe mai più rivisto la sua umile dimora.

Muovendosi cauto tra i folti d'alberi, riusciva a sentire il rombo delle armi nemiche. Avvicinandosi alla spiaggia, percepì l'odore dell'acqua salmastra e si preparò mentalmente alla battaglia. Sguainò la spada, la impugnò con entrambe le mani come gli era stato insegnato da bambino, e corse lungo il pendio che portava alla spiaggia. Si aspettava di incontrare soldati invasori, e benché sapesse di poter essere ucciso, contava di portarsene con sé quanti più possibile prima di cadere. Lanciando un acuto grido di battaglia, si portò la lunga spada d’acciaio sopra la testa.

 Ma il vecchio soldato si fermò a pochi metri dall’acqua, stupefatto da quanto vedeva. Non c’erano navi nemiche, né soldati a bordo di barcacce dirette alla riva. Invece, si trovò di fronte una parete d'acqua alta 30 metri. Era quella che provocava quei suoni tonanti, comprese prima che l’acqua si abbattesse su di lui, così che quello fu il suo ultimo pensiero.

Dopo che lo tsunami si fu allontanato dalla costa e le acque si furono calmate, una squadra di ricerca trovò il vecchio nell’interno, su una collina a quasi otto chilometri di distanza dal mare.Giaceva su un fianco, con la sua preziosa spada conficcata nel corpo, la punta aguzza che sporgeva dalla schiena, e l’elsa dallo stomaco. Lo tsunami gli aveva strappato di mano la spada, impalandolo con essa, e poi l’aveva scaraventato su quella collina.Il vecchio soldato aveva ragione: il giorno che avesse lasciato la sua capanna, avrebbe incontrato l’ultimo nemico.

 

Lo tsunami giapponese del 1896 riempì la baia di Honshù di così tanti cada­veri che le nevi non riuscivano a fare manovra. L’ondata che colpì la costa nord orientale del Giappone, misurava quasi 500 metri di ampiezza e 300 di altezza, e si spinse nell'interno per più di 160 chilometri. (Dieci ore e mezzo dopo aver colpito Honshü, lo tsunami venne registrato dai rilevatori sismici di San Francisco, California.) L'ondata si abbatté sulle città e i villaggi costieri alle prime ore della sera, intorno alle 20:30. A quel tempo, la gente andava a letto presto, così che molti presumibilmente dormivano già. In un istante, le case con i loro occupanti vennero trascinate in mare. Misericordiosamente, la maggior parte degli abitanti morì nell’attimo stesso in cui il peso dell'acqua si abbatté su di loro. E forse, può conso­lare le anime dolenti il pensiero che intere famiglie perirono contemporaneamente. Molti di coloro che non furono uccisi dall’acqua vennero di lì a poco schiacciati dagli edifici che crollavano, oppure scaraventati sotto macerie che saettavano sull'acqua a una velocità che raggiunse gli otto chilometri orari.

La maggioranza delle vittime, tuttavia, era ancora sulla spiaggia quando lo tsunami colpì. 10.000 persone si erano radunate sul bordo dell’acqua per festeg­giare un rito tradizionale noto come la «festa del fanciullo». Secondo i rapporti dei sopravvissuti, molti dei partecipanti ai festeggiamenti avevano udito il bron­tolio e avvertito le scosse che avevano preceduto lo tsunami. Ma i giapponesi erano abituati ai terremoti, e nessuno pensò che la situazione esigesse l’interru­zione della festa. Nel corso dei secoli in Giappone c’erano stati migliaia di sismi, e solo una piccola percentuale era stata accompagnata da onde gigantesche. Si calcola che quasi 20.000 delle 28.000 e più vittime di quel giorno stavano partecipando alla «festa del fanciullo».

Lo tsunami portò la catastrofe nelle città di Miyako, Kamaishi, Kesennuma e Ishinomaki, e come sempre accade quando si tratta di calamità naturali, malattie e ferite finirono per ucciderne più dell’acqua. Alcuni dei villaggi più piccoli vennero completamente cancellati.Il villaggio di Hongo perse 142 dei suoi 150 abitanti. Sopravvissero solo 8 uomini. AH’arrivo dello tsunami erano chiusi in un tempio sul pendio della collina, impegnati nell’antico gioco giapponese del Go, in cui l’obiettivo è elimi­nare le piastrelle dell’avversario attraverso collocazioni strategiche dei pezzi bianchi e neri. Forse quegli otto uomini pensarono che gli dei stavano giocando a loro volta a Go, collocandoli strategicamente in un tempio quando era giunta la parete d’acqua.

Posted on maggio 11th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

ERUZIONE DEL VESUVIO

 

Sud-est di Napoli, Italia 24 agosto 79 20 mila morti

 

 

 

La nuvola si levava da una montagna… a tale distanza che non riuscimmo a distinguere quale, ma in seguito apprendemmo essere il Vesuvio. Il modo migliore per descriverne la forma è paragonarla a un pino. Si levava nel cielo su un «tronco» molto lungo, da cui partivano alcuni «rami». Immagino che fosse stata sollevata da un vento improvviso, che poi calò, lasciando la nube senza sostegno, così che il suo stesso peso fece sì che si ponesse di sbieco. Parte della nuvola era bianca, mentre altrove si vedevano chiazze scure di terra e cenere.

 

 

 

 

Plinio II Giovane, in una lettera a Tacito in cui descrive l'eruzione del Vesuvio del 19'

 

 

Il cane non fuggì. Poco importava quanto difficile fosse divenuto respirare, poco importava quanto caldo facesse in casa, e che la tempesta di cenere rendesse scura la stanza in cui lui si trovava con il suo padrone. Non lo avrebbe abbando­nato. 11 fetore acido dello zolfo aveva sopraffatto il suo normalmente spiccato senso dell’olfatto, così che ignorava che il suo padrone era già morto soffocato. Il cane giaceva con la testa fra le zampe, mentre le lacrime che uscivano dagli occhi irritati gli colavano lungo il muso. A mano a mano che la temperatura cresceva e il torace prendeva a dolergli in modo intollerabile a ogni respiro, cominciò a uggiolare, e tuttavia non si alzò per fuggire. Involontariamente rotolò sulla schiena, le zampe che scalciavano nell’aria, la bocca spalancata nel tenta­tivo di trovare un po' d’aria fresca. Ma non ce n’era nella casa del suo padrone, e il cane morì in quella posizione.

Oggi, un gesso di quello stesso cane è visibile in un museo di Pompei. La cenere bollente che aveva riempito la casa del suo padrone, aveva imprigionato il suo corpo, e quando questi si era ridotto il polvere, la cenere si era indurita a formare un guscio. Questa «scultura del Vesuvio» fu rinvenuta più di 1.800 anni dopo l’eruzione del vulcano.' Gli archeologi riuscirono a ricavarne un calco, catturando così il cane nei suoi ultimi istanti di agonia, un’altra vittima dell’eruzione.

Oggigiorno, molti abitanti della zona circostante Napoli supplicano i loro santi patroni di proteggerli dall'ira del Vesuvio, il micidiale vulcano che torreggia sulle loro case e getta un’ombra sulle loro vite. Questi fedeli pregano perché conoscono bene un fatto indiscutibile: la questione non è se il Vesuvio tornerà a eruttare, ma semplicemente quando ciò accadrà.

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Dall’anno 1036, le eruzioni del Vesuvio si sono susseguite mediamente ogni 39 anni. Dalla prima eruzione registrata, nel 79, la pausa fra una eruzione e l’altra è stata mediamente di 64 anni.

Se prendiamo in considerazione gli ultimi 1000 anni, il Vesuvio avrebbe dovuto eruttare nel 1983, e ciò significa che è in ritardo di vent'anni.

Se invece prendiamo in considerazione l’intera vita registrata del Vesuvio per calcolare quando avverrà la prossima eruzione, è presumibile pensare che il vulcano si desterà nel 2008.

E impossibile stabilire la violenza della prossima eruzione. Ciò che si sa è che se il Vesuvio erutterà con la stessa intensità dimostrata nel 79, e le città della baia di Napoli non saranno state evacuate, i morti questa volta potrebbero essere centinaia di migliaia.

11 Vesuvio è altro più di 1.200 metri e, come lo descrive Jay Robert Nash in Darkest Hours, è «il vulcano più coerentemente letale della terra».

L’eruzione del 79 colse di sorpresa i romani che occupavano le terre circo­stanti il vulcano, coltivando il ricco suolo dei suoi pendìi.

11 Vesuvio era inattivo da decenni, e i romani si trovavano così a loro agio con esso che ne esplorarono le grotte interne. Lo storico romano Strabone scrisse con noncuranza che forse un tempo il vulcano era stato attivo.

Neppure il terremoto verificatosi nel 63 riuscì a scuotere i residenti di Pompei, benché abbattesse molti edifìci e causasse danni enormi. Per tutta la durata dell’evento, neppure uno sbuffo di fumo si levò dal Vesuvio. La gente si convinse ancora di più che il vulcano era ormai inattivo, e che era al sicuro. Aveva ragione… ma solo per i 16 anni successivi.

Il Vesuvio si destò alle 13:00 del 24 agosto, e continuò a eruttare senza sosta per otto interi giorni. Si trattò di un’eruzione plinia (l'esplosione di gas e rocce che Plinio accomunò a un pino) e di flussi piroclastici formati da rocce, pomice e cenere. In questa eruzione non ci furono colate di lava. Milioni di tonnellate di cenere bollente caddero su Pompei ed Ercolano, seguiti da un enorme flusso idrico proveniente da una caldera (un grande cratere) sulla vetta della montagna, dove l’acqua era intrappolata. L’acqua si mescolò alla cenere fino a formare una sorta di pasta che coprì ogni cosa, compreso il cane ora esposto al museo.

Migliaia di persone riuscirono a fuggire, ma molti rifiutarono di lasciare le loro case e i loro beni.

Nell’Ecclesiaste è scritto: «Non c'è nulla di nuovo sotto il sole».

Nei giorni successivi all'11 settembre 2001, giorno dell’attentato al World Trade Center, la polizia arrestò parecchi saccheggiatori che si aggiravano fra le macerie in cerca di oggetti preziosi o cadaveri da spogliare. Gli scavi di Pompei hanno portato alla luce il corpo del proprietario di una casa in piedi su un mucchio di oro e argento e attorniato dai cadaveri degli sciacalli.

Ciò che è soprattutto interessante di queste terribili eruzioni è l'accuratezza quasi fotografica con cui la cenere calda ha conservato gli sventurati cittadini di Pompei.

Quando nel XVIII secolo il re di Napoli autorizzò gli archeologi a iniziare gli scavi a Pompei, questi trovarono pagnotte nei forni, vino ancora bevibile nelle brocche, olive che galleggiavano in un olio ancora allo stato liquido e addirittura due soldati romani. Rinvennero scheletri che ancora stringevano in mano chiavi e monete, guardie armate in posizione eretta, e una madre che abbracciava la figlia terrorizzata.

Pompei è ora una delle attrazioni turistiche più famose d’Italia, e Internet mostra innumerevoli immagini di edifici, colonne e case restaurati, così come dell’anfiteatro e di corpi perfettamente conservati.

Il Vesuvio non ha compiuto la sua opera. Se terminerà la sua carriera con la potenza dimostrata all’inizio, il pedaggio di morte e distruzione potrebbe essere inimmaginabile.

Posted on aprile 30th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

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