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Archive for the ‘Catastrofi naturali’ Category

Terremoto di Izmit Turchia

Turchia 17 agosto 1999 da 30 a 40 mila morti

 

 

Era come se qualcosa ci avesse afferrati da sotto, rovesciati e scossi. La casa oscillava da un lato all’altro senza sosta, e rumori sordi prorompevano dalla terra. Tutto questo stava terminando quando si levò il frastuono di edifici che crollavano. Grida e rumore di vetri infranti. La nostra casa sprofondò nel silenzio… nell'oscurità fitta non riuscivo a vedermi neppure i piedi. Per due giorni dormimmo in strada.

 

Pinar Onuk, scampato al sisma di Izmit

 

A Golcuk, Turchia, gli edifici più recenti crollarono uccidendone gli occupanti e lasciandosi dietro cumuli di macerie e cadaveri. La moschea cittadina, tuttavia, costruita secoli prima, rimase in piedi e subì pochissimi danni. Alle 03:01 ora locale, un terremoto di magnitudo 7,4 colpi Izmit, lungo la faglia dell'Anatolia settentrionale (una faglia geologica molto simile a quella di Sant’Andrea in California), provocando enormi distruzioni e perdite di vite umane.

 

 Un anno dopo, 10.000 persone vivevano ancora in tendopoli. Le strade sembravano zone di guerra, e molti degli edifici distrutti e danneggiati erano ancora nelle condizioni in cui si trovavano all’indomani del sisma. Dopo aver visto le abitazioni della zona crollare. Molti tra i superstiti avevano paura di trasferirsi in case vere e proprie.

 Il sisma fu avvertito a più di 300 chilometri di distanza, e la portata dei danni e il numero dei decessi furono terribili. Dato che l’epicentro era Izmit, il terre­moto interessò una delle zone più popolate e industrializzate della Turchia.

 Almeno 20.000 persone morirono, in gran parte schiacciate dal crollo degli edifici. Quasi 50.000 rimasero gravemente ferite, e successivamente i morti sali­rono a un numero compreso fra i 30 e i 40.000. L’intera Turchia rimase senza elettricità. Una raffineria, che forniva un terzo del petrolio nazionale, prese fuoco e rimase chiusa per settimane; furono evacuati gli abitanti in un raggio di 5 chilo­metri. Approssimativamente 600.000 persone rimasero senza casa, e metà di queste finirono per vivere in strada. Si ritiene che la popolazione interessata dal fenomeno si aggirasse intorno ai 15 milioni di persone, e che il 1 (VZ dell’eco­nomia turca ne abbia gravemente risentito.

 Almeno 20.000 edifici crollarono durante il terremoto, e l’aspetto più allar­mante di tale distruzione fu che la maggior parte delle strutture erano state costruite pochi anni prima.

 Com’è possibile che costruzioni nuove di zecca… presumibilmente edificate secondo norme edilizie più rigorose… crollino con tanta facilità? Il codice edilizio turco era un adattamento dell’Uniform Building Code californiano, che obbliga ad adottare specifiche norme antisismiche. Se la Turchia utilizzava gli standard edilizi della California, perché gli edifici non resistettero alle scosse come avrebbero dovuto?

 Un’indagine condotta dal gruppo tecnico della Eqe International portò alla luce risposte allarmanti. Buona parte degli edifici edificati negli anni precedenti al terremoto e presumibilmente progettati secondo il codice californiano, in realtà non ne rispettavano gli standard. Ecco uno stralcio dal rapporto: buy doxycycline, buy zithromax.

 Gran parte degli edifìci non rispondevano ai requisiti progettuali del codice e comprendevano dettagli non a prova di sisma. Fra questi, strutture in acciaio rinforzato verticali e orizzontali inadeguate, e l’uso diffuso di acciaio dolce invece che deformato.

 L’Eqe scoprì inoltre che i progettisti non avevano mai ispezionato i cantieri per assicurarsi che le imprese costruissero secondo le specifiche necessarie. 11 progettista lavorava direttamente per l’impresa, cosicché non esisteva la possibi­lità di una supervisione autonoma. I materiali utilizzati erano spesso di scarsa qualità e l’esecuzione dei lavori era frequentemente sotto gli standard e, in molti casi, del tutto scadente.

 Peter Yanev, un consulente citato su CNN.com, ha descritto le costruzioni della zona come «assolutamente inadeguate».

 La reazione del governo turco al terremoto fu altrettanto inadeguata e del tutto disorganizzata. Il primo ministro turco, Bulent Ecevit, nel tentativo di difendere l’incapacità del governo ad affrontare una crisi di tale portata, disse al giornalista Jrrold Kessel della CNN, «Reagire a una simile crisi sarebbe stato difficile per qualunque paese. Non era limitato a una città, a una provincia, ma interessava un’area molto ampia. Le telecomunicazioni sono rimaste interrotte per almeno due giorni in almeno tre province gravemente colpite, e il trasporto ne ha risentito a causa della distruzione di ponti, strade e autostrade.»

 In merito alle dichiarazioni relative alla scarsa qualità dei lavori edilizi e al mancato rispetto del codice, Ecevit ammise che erano stati commessi «errori», ma che il governo turco vi «avrebbe posto rimedio».

 Come tutti i più grandi disastri che colpiscono le zone urbane, ben presto la minaccia di epidemie divenne reale. Operatori e personale medico temevano l’insorgere dei consueti visitatori post-calamità: colera, tifo, polmonite, così come i problemi provocati dalla disidratazione e dalla cattiva alimentazione. C’erano cadaveri putrefatti dappertutto, e gli operatori irroravano di calce e disinfettanti chimici le strade, i marciapiedi e le macerie. Sfortunatamente, cominciò a piovere, la pioggia dissolse i disinfettanti e i funzionari iniziarono a preoccuparsi che venissero contaminate le falde freatiche.

 Izmit continua a reagire, benché i danni del sisma siano ancora evidenti e siano stati aggravati da un altro terremoto che ha colpito la zona nel novembre dello stesso anno. Neppure la faglia dell’Anatolia settentrionale ha smesso di esercitare pressione. Resta da vedere se la moschea di Golcuk resterà in piedi in occasione del prossimo, grande terremoto.

Posted on aprile 15th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Terremoto Iran, i morti salgono a 37. La centrale nucleare di Bushehr indenne

 

ROMA – È salito a 37 morti e oltre 850 feriti il bilancio del sisma di magnitudo 6,1 che ha colpito martedì la provincia di Bushehr, nell'Iran meridionale. Lo ha riferito il sito web dell'emittente iraniana Press Tv. Il terremoto ha provocato gravi danni nei villaggi di Khormouj, Dayer e Kangan, vicino alla città di Kaki.

La scossa, il cui epicentro è stato localizzato a circa 90 km dalla centrale nucleare di Bushehr, è stata avvertita anche in Bahrain, Emirati e Qatar, dove tuttavia non si sono registrati danni sostanziali. Nelle ore successive, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha annunciato di essere stata informata dall'Iran che il sisma non ha provocato «danni» all'impianto né «fughe radioattive». zoloft reviews, Zoloft reviews.

Una nuova scossa di magnitudo 5,4 ha colpito stamani la provincia di Bushehr. Lo ha riferito l'agenzia d'informazione ufficiale Irna, citando un rapporto dell'Istituto di geofisifca dell'Università di Teheran. Secondo l'Irna, la scossa ha provocato gravi danni a diversi edifici nel villaggio di Chahgah, vicino alla città di Dashti. Il responsabile dell'unità di crisi del governo iraniano, Hassan Qadami, ha spiegato che ancora non è stato possibile accertare se ci siano state vittime.

Tornando alla scossa di ieri, il governatorato provinciale ha precisato che sono andate distrutte completamente 700 «case» e altre 30 hanno subito danni fino al 70%. È stato però evitato il disastro atomico dato che la centrale di Bushehr, costruita dalla Russia e in via di affidamento all'Iran entro la fine di aprile, non ha subito danni né vi è stata perdita di radioattività, secondo le autorità iraniane.

L'Iran del resto è un paese fortemente sismico: nell'agosto scorso vi era stato un terremoto con 306 morti e circa 4.500 feriti a Tabriz, nel nordovest. Il sisma che nel dicembre 2003 colpì l'antica città di Bam, con le sue case di fango, causò 31 mila morti e ancor più tragico fu il terremoto del giugno 1990, ancora una volta nel nord-ovest, che fece circa 37 mila vittime e più di 100 mila feriti nelle province di Gilan e Zanjan.

Anche Teheran, con i suoi circa 15 milioni di abitanti, è a forte rischio sismico. La raccolta di informazioni è resa difficile da rallentamenti su Internet. Vi sono state una serie di almeno sette scosse di assestamento anche sopra i 5 gradi richter nei primi 40 minuti dopo il sisma. La Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha lanciato un appello alla solidarietà.

 

 

Posted on aprile 10th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Uragano FifA� Honduras, Centro America 18 – 20 settembre 1974

 

Le piantagioni di banane sono state spianate. La gente siede sui tetti, tenendo i bambini più piccoli in braccio e chiedendo aiuto a gesti… in certi punti il fango misura due metri e mezzo. Non abbiamo idea di come le persone possano essere rimaste intrappolate. Ci vorranno settimane prima che si possa scavare nel fango e trovare i cadaveri… la gente muore di fame, tutti i generi alimentari sono andati perduti e non ci sono negozi vicino ai loro villaggi. Non hanno modo di ottenere cibo se non da noi.

Colonnello Eduardo Andino, Commissione nazionale per le emergenze dell’Honduras, sul The New York Times

Una delle fotografie più emblematiche dell’Honduras scattata dopo il passaggio dell’uragano Fifì, è quella dello scheletro di una casetta di legno, una delle abitazioni più diffuse in questo paese. Solitamente funzionale, la casa ha due finestre e una porta e. in assenza delle pareti divisorie interne, sarebbe semplicemente un'unica grande stanza rettangolare. Ovviamente non ha fondamenta, ed è probabile che i suoi occupanti non godano né di acqua corrente né di impianto idraulico.

Ciò che più sorprende nella foto non è che la casa sia sopravvissuta all’ura­gano Fifì. A sorprendere chi la osserva è l’ubicazione della stessa. L’uragano l’ha strappata via, trasportandola lontano dalla sua collocazione originaria per depo­sitarla, intatta, nel bel mezzo di un ponte.

Guardando questa immagine non si può fare a meno di ricordare ciò che si raccontava a proposito dopo l’inondazione di Johnstown (Capitolo 47) quando le acque trascinarono una chiesa per le strade della città prima di ricoprirla e far tacere per sempre Je sue campane. In Honduras, tuttavia, la casa sul ponte non aveva campane e non era stata sommersa, ma era stata portata lontano fra le braccia dell’uragano Fifì.

Nel 2000, il tasso di disoccupaziope in Honduras era del 28%, con un tasso di inflazione dell’11%. Il CIA World Factbook, definisce l’Honduras «uno dei paesi più poveri dell’emisfero occidentale», che nel 2001 stava ancora rico­struendo e cercando di riprendersi dal passaggio del terribile uragano Mitch. (Capitolo 35)

Con il 53% delle persone che vive sotto la soglia di povertà, e quasi metà della forza lavoro impiegata nell’agricoltura, è evidente che disastri naturali di questa portata risultano particolarmente gravosi per la nazione.

Nel 1974, quasi un quarto di secolo prima che l’Honduras venisse grave­mente ferito dall’uragano Mitch, il paese fu devastato da Fifì.

L’uragano Fifì uccise 10.000 persone, ne lasciò 60.000 senza tetto e decimò il 60% dell’industria agricola del paese, provocando danni inenarrabili soprat­tutto alle coltivazioni delle banane. Fifì danneggiò pesantemente la cittadina di Chomola, situata a nord del centro economico, San Pedro Sula (che a sua volta fu gravemente colpito dall’uragano). Metà della popolazione di Chomola, 6000 persone, perirono; quasi tutte le sue case furono rase al suolo. Oltre a quelli uccisi dall’uragano, molti morirono a causa del sopraggiungere dell'imponente inondazione che a esso fece seguito. I morti per annegamento e i danni furono elevatissimi quando sia il fiume Ulua e Aguàn strariparono.

I venti di Fifi raggiungevano i 175 chilometri orari, e si valuta che nel giorno e mezzo che l'uragano impiegò per muoversi attraverso l’Honduras nord-occidentale caddero 61 centimetri di pioggia.

 

Fifi visitò l’Honduras solo per breve tempo, ma i danni che arrecò ai raccolti… spazzò via il raccolto di un anno e banane per un valore di circa 150 milioni di dollari… provocò inedia in un paese in cui il cibo scarseggiava già prima del suo arrivo. La United Fruit perse oltre 11.300 ettari piantati a banani. Philip Sanchez, l’ambasciatore statunitense in Honduras all’epoca, riassunse la situazione con brusco pragmatismo: «Vi chiedete come la gente possa soffrire la fame per tre o quattro giorni?» disse ai reporter che seguivano la catastrofe. «Questa gente aveva fame prima dell’uragano.»

La tormenta si lasciò dietro l’enorme paura del tifo. Erano talmente tanti i cadaveri che galleggiavano nei corsi d’acqua, nel caldo bruciante che seguì l’ura­gano, che gli operatori sanitari predissero un’epidemia di tifo. Oswaldo Lopez Arellano, presidente dell’Honduras, agl con rapidità e ordinò roghi di massa in tutta l’area colpita. La scena era surreale: chilometri di devastazione, case deva­state, campi inondati, e migliaia di corpi impilati quanto più in alto possibile e dati alle fiamme.

Dopo l’uragano, arrivarono i soccorsi: dagli Stati Uniti, da Cuba, dalla Gran Bretagna, dal Messico e da altri paesi. La Croce Rossa organizzò centri di assi­stenza e vaccinazione, e i Peace Corps allestirono tendopoli. La ripresa, tuttavia, fu lenta e la ricostruzione venne in qualche modo ostacolata da presunte corru­zioni del governo e dall'uso improprio di fondi caritatevoli.

L’uragano Fifì avrebbe dovuto insegnare una lezione all’Honduras. I danni da esso provocati avrebbero dovuto spingere il governo a impiegare più denaro e più sforzi nella preparazione e nella conservazione, nella gestione dei bacini idrici e nell’insegnare ai suoi abitanti a non costruire in zone ad alto rischio.

Scrivendo sul periodico Honduras This Week, Jon Kohl rilevò che Fifì sembrava non avere insegnato nulla agli honduregni: depakote reviews, clomid reviews.

Sulla costa settentrionale, il fiume Aguàn provocò gravi inondazioni dopo il passaggio di Fifì. Si tratta di un bacino chiuso, e scarica un’enorme quantità d’acqua direttamente nell’oceano. Non solo una uguale inondazione si è veri­ficata con Mitch, ma si è portata in mare il villaggio di Santa Rosa d’Aguàn, con dozzine di annegati. Nei bacini idrici non c’è stato alcun tentativo di fare qualcosa per evitare che a catastrofe si ripetesse.

Il filosofo George Santayana ha scritto che chi non impara dalla storia è desti­nato a ripeterla. E in nessun luogo ciò risulta più evidente che in Honduras, rispetto a quanto accadde con gli uragani Fifi e Mitch.

 

 

 

 

 

Posted on marzo 23rd, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Uragano Mitch

 Honduras, Nicaragua, Guatemala, El salvador, Costa Rica, Belize, Messico, Florida Keys, 26 Ottobre – 5 Novembre 1988

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Questo è il peggiore. Non ha precedenti nella storia del paese e neppure nella storia del Centro America.

 

Delmer Urbizio. Ministro del Governo e della Giustizia dell'Honduras

 

 

 

Carlos Flores Facusse, presidente dell'Honduras, il paese dell'America Centrale maggiormente colpito dall'uragano Mitch, affermò che la devastante tormenta di grado 5 aveva cancellato in un sol giorno cinquantanni di progresso.

 

In Honduras, l'uragano Mitch uccise 14.000 persone, danneggiò in modo catastrofico 21 città, rase al suolo centinaia di migliaia di abitazioni e spazzò via il 75% dei raccolti. «Ci sono cadaveri dappertutto», disse Facusse, «vittime degli smottamenti o dell'acqua.» Quasi tutte le strade e tutti i ponti del paese rimasero danneggiati o furono distrutti dalla violenza dell'uragano. Mitch si è rivelato il peggior uragano che abbia colpito l'emisfero occiden­tale negli ultimi due secoli. L'ultima volta che sulle Americhe se ne abbatté uno di uguale forza e intensità fu nel 1780, quando il Grande Uragano, perfino più micidiale, devastò i Caraibi uccidendo 22.000 persone solo sulla terraferma. (Capitolo 32) Mitch si rivelò precoce. Nato come depressione tropicale il 22 ottobre 1998. impiegò solo quattro giorni a trasformarsi in un insolito uragano di grado 5, una tempesta assassina capace di generare venti di 280 chilometri orari (con raffiche superiori a 300) e provocare danni di natura «biblica», come sarebbero stati vivi­damente definiti da USA Today. Il Centro America è particolarmente vulnerabile alle tempeste, non tanto per motivi geografici quanto economici. Benché la geografia possa giocare la sua parte nella vulnerabilità, se si considera che l'Honduras, in particolare, è stato devastato da due dei peggiori uragani della storia… Fifì e Mitch… in appena 20 anni, così come dal Grande Uragano del 1780. I paesi dell'America Centrale. Honduras, Guatemala. Nicaragua, El Salvador e altri, sono poveri. Le loro infra­strutture, come ponti, strade, sistemi di comunicazione e trasporto, linee elet­triche, risorse idriche e così via, sono in molti casi antiquate e fragili, incapaci di reggere la furia di simili tormente. Per esempio, sulle isole al largo della costa hondurena, le case sono costruite su palafitte. Prevedibilmente, dopo la partenza di Mitch ne restavano ben poche in piedi.L'uragano portò anche precipitazioni senza precedenti, che in alcune aree collinari raggiunsero i 62 centimetri e mezzo, smuovendo la terra fertile e provocando colate di fango e smottamenti che si portarono via intere città e tutto quello che incontravano sul loro cammino… persone, animali, edifici. Ettari e ettari di fango presero il posto delle case, delle strade, delle fattorie e di altri fabbricali. Passata la tormenta, le squadre di soccorso estrassero dal fango centinaia di cadaveri. Come disse uno di loro: «È come un deserto costellato di corpi sepolti».

 

 

 

 

Un operatore suggerì, forse scherzando solo a metà, che l'intera zona venisse dichiarata un cimitero, sigillata e quindi abbandonata.

 

Ovunque si verificavano scene surreali di follia e disperazione. 1 genitori costringevano i fìgli a salire sugli alberi, nella speranza che questi non venissero spazzati via. Nella capitale dell'Honduras, Tegucigalpa, il carcere crollò e molti detenuti ne approfittarono per fuggire. Mentre imperversava l'inondazione e le case crollavano, la polizia dava la caccia ai prigionieri fuggiti. Le banche vennero chiuse, ma il denaro sarebbe in ogni caso servito a ben poco, perché i negozi erano stati cancellati. La gente guardava con orrore i cadaveri dei vicini che galleggiavano nelle strade inondate.

 

Ovunque regnavano morte e distruzione, e come sempre accade nelle cata­strofi di massa, presto le epidemie divennero un grave problema per i governi dei paesi colpiti così come per i superstiti. Dappertutto c'erano risorse idriche conta­minate, infestate dalle zanzare che portavano malaria, dengue e febbre gialla. Cominciarono a verificarsi casi di colera e di tifo, e la penuria di cibo e acqua si fece critica. La gente soffriva inoltre di problemi respiratori, oculistici, e di micosi a causa del contatto dei piedi nudi con il fango onnipresente.

 

Il numero di persone rimaste senza casa non è certo. Si suppone che la cifra vada da 1 milione e mezzo a più di 3 milioni, ma quando sono così tanti i senza tetto, le cifre di per sé diventano secondarie rispetto alla realtà di orde di persone… centinaia di migliaia in ogni città… senza un posto in cui vivere. Dopo l'uragano Mitch. il Centro America ebbe bisogno di aiuti consistenti, e il mondo rispose.

 

I paesi industrializzati spedirono tonnellate di cibo, acqua e generi di conforto, così come operatori sanitari, mezzi di trasporto, ospedali da campo e alloggi trasportabili. Gli elicotteri americani lasciarono cadere pacchi di cibo e medicinali nei villaggi rimasti isolati a causa dell'inondazione e del crollo dei ponti.

 

Stati Uniti e altri paesi che avevano prestato denaro agli stati del Centro America, condonarono generosamente buona parte del debito estero dell'Honduras e del Nicaragua. I paesi industrializzati capivano che gli stati maggiormente colpiti avevano davanti uno sforzo di ricostruzione che sarebbe durato decenni, e che non ci sarebbe stato denaro per pagare gli interessi dei prestiti, né tanto meno per saldare gli stessi, così, in un atto di globale altruismo, i debiti vennero cancellati.

 

Lasciata l'America Centrale, Mitch si diresse verso la penisola messicana dello Yucatan sotto forma di depressione tropicale. Attraversò quindi il Golfo del Messico, dove attinse forza dall'acqua e si trasformò nuovamente in una tempesta. 11 4 novembre calò sulle Florida Keys con venti che superavano gli 85 chilometri orari; non più un uragano, quindi, ma abbastanza forte da provo­care danni seri. Il Florida Mitch non uccise nessuno, ma causò feriti, strappò tetti, abbatté linee elettriche e alberi prima di puntare verso il mare, dove finalmente si spense.

Posted on marzo 5th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Uragano Galveston

Isola di Galveston, Texas 8 settembre 1900, 8000 morti

Alle otto della sera, parecchie case erano state trascinate e incuneate a est e sud-est della mia residenza, e a causa della forza delle acque agivano come un ariete contro cui era impossibile che una costruzione resistesse a lungo. Alle otto e trenta, la mia casa cedette, trascinando con sé una cinquantina di persone che vi avevano cercato rifugio. Solo diciotto riuscirono a salvarsi, le altre furono scaraventate nell'eternità. Fra queste c'era mia moglie, che non rividi mai più. Io rischiai di affogare e persi i sensi, ma mi ripresi quando andai a urtare contro delle assi e mi scoprii avvinghiato a mio figlio minore, che era affondato insieme a me e alla moglie.

Isaac Cline, nel suo rapporto sull'uragano Galverston per il National Weather Bureau purchase depakote, purchase clomid.

 

L'orrore più oscuro nella storia americana è calato sulla costa meridio­nale… Il sole del mattino sorge su uno scenario di sofferenza e devastazione che ha ben pochi paralleli nella storia del mondo.

W. J. McGee, National Geographic

Jack era felice di non essere morto a causa della tormenta e si considerava un uomo fortunato. Era sopravvissuto, pur avendo perso la madre, due fratelli e la sposa, ed era riconoscente a Dio per averlo conservato tutto d'un pezzo.

Ora, a una settimana di distanza da quel terribile giorno, Jack si chiedeva se non fosse stato meglio per lui perire con la sua famiglia. Poco dopo la tormenta, il sindaco di Galveston aveva dichiarato la legge marziale, e lui era stato arruo­lato in una delle «squadre della morte». Il nuovo corpo non era stato creato per svolgere compiti di polizia. Centinaia di soldati dovevano vedersela con le orde di saccheggiatori calati sulla città. Più di 250 sciacalli vennero uccisi sul posto, alcuni con le tasche piene di dita amputate che ancora portavano anelli. (Su uno di loro vennero trovate ventitre dita umane.)

La città di Galveston era un ossario, e ovunque c'erano cataste di cadaveri. Ce n'erano per le strade, nelle case ancora in piedi, sulle spiagge e nell'acqua che stagnava in tutta la città… forse un terzo della popolazione cittadina era perito. L'acqua e il calore del sole avevano causato una rapida decomposizione di migliaia di corpi e i funzionari cittadini temevano una possibile esplosione di tifo o colera. (Per non menzionare il fetore che stagnava sulla cittadina.)

Di conseguenza, attuarono un programma di immediato smaltimento dei cadaveri e arruolarono tutti gli uomini abili, come Jack, nelle squadre della morte. I modi utilizzati per liberarsi dei corpi erano due. Venivano impilati a centinaia sulle chiatte, portati in mare aperto e quindi scaraventati nell'oceano; oppure, ammucchiati in fosse profonde sulla spiaggia e quindi bruciati. L'odore disgustoso della decomposizione lasciò presto il posto a quello dolce e nauseante di carne e capelli bruciati.

Nessun tentativo venne fatto per identificare i cadaveri o restituirli ai parenti. Nel corso di una emergenza sanitaria, non c'è tempo per i rituali.

Jack lavorava con la squadra addetta alla spiaggia, e l'unica cosa che gli impedì di fuggire e dirigersi verso Houston furono le bevande alcoliche fornite gratuitamente dal comune. Lui non era mai stato tipo da rifiutare una bevuta.

L'uragano che colpì Galveston sull'omonima isola del Texas, l'8 settembre 1900. fu il peggior disastro naturale mai verificatosi negli Stati Uniti.

Con i suoi 8000 morti, gli esperti ci ricordano che l'uragano causò un numero di decessi maggiore a quello delle vittime dell'inondazione di Johnstown (Capitolo 47), del terremoto di San Francisco (Capitolo 45), dell'uragano del New England del 1938 (Capitolo 61), nonché del grande incendio di Chicago (Capitolo 51), combinati. E hanno ragione.

L'uragano era nato a Capo Verde, al largo della costa Africana e aveva viag­giato lungo l'Atlantico fino alle isole dei Caraibi per poi continuare dritto verso Galveston. La

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città era un facile bersaglio per una tempesta atlantica di quella natura, dato che il lato dell'isola rivolto verso il mare era totalmente esposto. Non c'erano dighe marittime a proteggerlo, nessuna barriera corallina nel Golfo del Messico a rallentare l'impeto di una tormenta. (Prima della grande tempesta del 1900 era stata avanzata la proposta di costruire una diga che fungesse da argine, ma nessuno aveva voluto costruirla, perché la maggioranza la riteneva superflua. Oggi, Galveston è dotata di una diga marittima.)

La tormenta infuriò sulla città con venti che soffiavano a quasi 200 chilometri orari e onde di un metro e mezzo che potevano arrivare fino ai sei. Si calcola che durante quelle ventiquattro ore caddero su Galveston 2 miliardi di tonnellate di pioggia.

Un orfanotrofio pieno di suore e bambini crollò uccidendo tutti al suo interno.

Molti sopravvissero, ma solo per scoprire che i loro cari erano rimasti uccisi. In seguito alla tempesta, i casi di suicidio aumentarono in modo drammatico.

Una delle storie che si raccontano si esprime in termini lusinghieri nei confronti degli animali. Parecchi abitanti di Galveston ricordarono in seguito di aver visto un cavallo correre per le strade. Non aveva cavaliere ed era senza sella. Sembrava in preda al panico, ma in realtà sapeva bene quello che faceva e dove stava andando. Continuò a correre fino a raggiungere una casa. Con quale criterio l'avesse scelta non lo sapremo mai, ma era una di quelle sopravvissute alla tormenta. Il cavallo corse su per i gradini esterni, sfondò la porta e salì al secondo piano. Lì rimase per due interi giorni e, in seguito fu trovato affamato ma in buona salute.

Se decidere fosse toccato allo scaltro equino, la città probabilmente avrebbe costruito la diga marittima di cui tanto aveva bisogno prima che il grande uragano del 1900 la radesse al suolo.

Posted on febbraio 13th, 2013 by enrico  |  Commenti disabilitati

Forte terremoto al largo delle isole Salomone, almeno 5 morti

TOKYO 06/02/13 - La Japan Meteorological Agency (Jma) ha annullato l'allerta per lo tsunami, con onde stimate fino a 50 cm, generato dal sisma di magnitudo 8 verificatosi oggi nelle isole Salomone. Il territorio nipponico è stato interessato dal fenomeno a partire dal tardo pomeriggio: sulla costa orientale dell'isola principale di Honshu si sono avuti livelli di circa 10-20 cm, così come a Chichijima, isola dell'arcipelago di Ogasawara, a circa 1.000 km a sud di Tokyo.

La misura più ampia, ha riferito la Jma, è stata rilevata all'isola di Hachijojima (300 km a sud di Tokyo), pari a 40 cm. La tv pubblica Nhk, nonostante le previsioni contenute dell'onda anomala, ha tenuto una diretta sull'evoluzione della situazione con collegamenti continui con la Jma, fornendo informazioni sulle operazioni di messa in sicurezza soprattutto nelle città costiere.

Il Giappone è stato colpito l'11 marzo 2011 da un devastante sisma/tsunami di magnitudo 9, che ha generato onde superiori ai 40 metri di altezza, oltre alla crisi nucleare di Fukushima, la peggiore dopo quella di Cernobyl del 1986. Nel complesso, il bilancio delle vittime e dei dispersi si è attestato a 19.000 persone.

Almeno quattro villaggi dell'isola di Santa Cruz, nelle isole Salomone, hanno subito danni a causa del piccolo tsunami generato dal terremoto della notte scorsa: secondo quanto ha riferito il portavoce del premier order dapoxetine, order lioresal. Gordon Darcy Lilo "tra 60 e 70 case sono state danneggiate dalle onde che si sono abbattute su almeno quattro villaggi di Santa Cruz".

Posted on febbraio 6th, 2013 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Le macerie radioattive finite nella baia di Tokio

Le madri di Tokyo hanno paura. «I nostri figli sono in pericolo, tutto il Giappone è in pericolo». Nelle ultime set­timane il governo del nuovo premier Yoshihiko Noda ha dato discretamente disposi­zione affinché le macerie pro­vocate dal terremoto-tsuna­mi dell' 1 marzo siano brucia­te o sepolte in tutto il Paese. Si tratta di un compito im­menso — considerato che il sisma combinato con l’onda di piena ha generato  qualco­sa come 2,38 miliardi di ton­nellate di rovine nel Nord-est del Paese (dati del ministero dell’Ambiente giapponese) — che durerà fino al 2014. Non è tanto la mole di queste rovine che fa spavento quan­to ciò che contengono quelle provenienti dalla prefettura di Fukushima, le più colpite dalla radioattività emessa dalla centrale nucleare di Dai-ichi, ancora teatro di una difficilissima lotta per imbri­gliare i reattori danneggiati otto mesi fa.Le madri di Tokyo hanno paura perché le autorità han­no già accettato di smaltire mille tonnellate di macerie trasportate in treno verso purchase zoloft, purchase Zoloft. i differenti inceneritori della metropoli. I residui finiscono poi in discarica, nella baia di Tokyo. E non è che L'inizio: in futuro saranno almeno 500 mila le tonnellate di detriti che passeranno dalla capitale per il trattamento. Una decisione che terrorizza la popolazione locale, nonostante le scarse o nulle informazioni ufficiali — ci dice Masahiro Tominaga, uno dei firmatari di una petizione pubblica ri­volta al governo giapponese perché riveda le sue decisioni —. La radioattività a Tokyo è già aumentata. All'inizio non riuscivamo a spiegarci per­ché in diversi quartieri si tro­vassero alte concentrazioni di cesio 137. Ora è chiaro: è una conseguenza del tratta­mento delle macerie radioatti­ve». Recenti rilevazioni, in ef­fetti, avevano riscontrato una presenza di particelle cento volte superiori alla norma: ma il governo aveva minimiz­zato. «I fumi del trattamento — dice ancora Masahiro To­minaga — sono arrivati fino nel lontano Kyushu».

Fukushima, anno zero. Pro­prio ieri, l'Istituto di radiopro­tezione e sicurezza nucleare (Irsn) ha denunciato una con­centrazione di cesio 137 pari a 27 milioni di miliardi di bec­querel nell'oceano antistan­te la centrale nucleare, venti volte la quantità ammessa a giugno dalla Tepco, la criticatissima società che ha in ge­stione i reattori. Non solo. Il disastro di Fukushima potreb­be aver rilasciato nell'atmo­sfera il doppio delle radiazio­ni rispetto a quanto afferma­to dalle autorità giapponesi, secondo uno studio pubblica­to dalla rivista Atmospheric Chemistry and Physics. Ora, pur ammettendo che i reatto­ri siano ormai sotto controllo (i dubbi sono ancora molti, anche e soprattutto perché gran parte del combustibile sarebbe in stato di fusione), la decisione del governo di di­sporre delle macerie radioatti­ve rischia di generare nuove fonti di inquinamento. «In questo modo — spiega l'inge­gnere nucleare americano Ar­nie Gundersen — si sta ricre­ando una nuova Fukushima: la radioattività ritorna nell’atmosfera «Il problema — si legge nella lettera diffusa an­che all'estero, tanto che ha tra i primi firmatari Bianca Jagger — non è limitato alla zona di Tokyo, che è geografi­camente vicina alle zone di impatto del disastro. Il ministro dell'Ambiente, signor Hosono, ha dichiarato, il 4 set­tembre 2011 in una conferen­za stampa, che "è intenzione del governo nazionale condi­videre il dolore di Fukushima con tutti in Giappone"… Se al­tre prefetture decidessero di seguire l'esempio di Tokyo, le aree che non sono state colpi­te dalla marea nera vedranno il proprio territorio e le falde acquifere inzupparsi di agen­ti inquinanti. Chiediamo al governo di fermarsi».

Posted on gennaio 31st, 2012 by enrico  |  Commenti disabilitati

Filippine, tifone Washi provoca 684 morti

ILIGAN 19/12/2011 – L'agenzia nazionale filippina per i disastri ha comunicato che 684 persone sono morte dopo che il tifone Washi ha colpito l'isola di Mindanao nel weekend.

Il passaggio del tifone ha fatto sì che torrenti di acqua e fango travolgessero i villaggi lungo il fiume, trascinando le case verso il mare.

La Croce Rossa nazionale delle Filippine ha parlato di 652 morti e più di 800 dispersi. Il numero delle vittime supera di gran lunga quello del 2009, quando 464 buy doxycycline online, buy zithromax online. persone morirono a causa di una tempesta tropicale abbattutasi sull'isola di Luzon, che inondò quasi tutta la capitale Manila.

Posted on dicembre 19th, 2011 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Terremoti: Bali, Indonesia

DENPASAR (INDONESIA), 13/10/2011  – Il sisma che ha colpito questa mattina l'isola di Bali ha provocato decine di feriti mentre i numerosi turisti presenti sull'isola, appena avvertita la scossa, di magnitudo 6,2, si sono precipitati fuori dagli hotel. L'unita' di crisi della Farnesina e' in contatto con l'ambasciata d'Italia a Giakarta che sta verificando l'eventuale presenza di italiani e, all'alba di questa buy depakote online, buy clomid online. mattina, non risultavano vittime. Secondo la Croce Rossa, i feriti sono 43 nel sud dell'isola.

Posted on ottobre 13th, 2011 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Isole Figi, sisma 7,3 Richter

(ANSA) – ROMA, 15/09/2011 cheap doxycycline, cheap zithromax. – Una violenta scossa tellurica di magnitudo 7,3 Richter e' stata avvertita nel Pacifico al largo dell'arcipelago delle Figi, secondo l'Istituto americano di geofisica (Usgs). Nonostante l'elevata potenza del fenomeno, registrato alle 07:30 locali di venerdi (le 21:30 italiane di oggi), al momento non e' stato diramato nessun allarme tsunami. L'epicentro e' stato localizzato a 593 chilometri di profondita' a circa 120 chilometri dall'isola di Ndoi, a quasi 1.800 chilometri dalla Nuova Zelanda.

Posted on settembre 16th, 2011 by eugenio  |  Commenti disabilitati

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