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Andamento del prezzo del greggio

OPEC, il cartello conferma il taglio alla produzione, ma il petrolio crolla

Le reazioni che si possono riscontrare sui mercati finanziari, a volte sorprendono e non poco anche gli operatori più”navigati”:
Quanto è avvenuto ieri per il petrolio, ad esempio, ha incuriosito non pochi investitori.

Altri nove mesi di tagli alla produzione per cercare di dare una chiara svolta al mercato del petrolio, che fino a questo momento non ha dato segnali del tutto convincenti di ripresa. Dalle riunioni di Vienna è arrivato l’accordo tra i rappresentanti dei Paesi produttori riuniti nel cartello dell’Opec, capitanato dall’Arabia Saudita e appoggiato dall’esterno da altri grandi produttori, tra i quali la Russia: il greggio verrà pompato a ritmo ridotto fino al marzo 2018. La riunione si è tenuta a sei mesi di distanza dall’accordo che aveva messo insieme per la prima volta 24 Petrostati (quelli del cartello e altri undici) per tagliare di 1,8 milioni di barili (da 34 milioni iniziali) al giorno la produzione di oro nero, nel tentativo di far risalire il prezzo sottraendo materia prima dal mercato. (Source)

La notizia di per sè figura come molto positiva per il prezzo dell’oro nero. Un taglio confermato fino a marzo 2018,. un accordo che mette insieme l’intenzione di più paesi facenti parte del cartello dell’Opec e non, con la volontà di fare tutto il possibile per far salire, dal lato dell’offerta, le quotazioni. Una necessità che va ben oltre al semplice intento di guadagnare più soldi. A 50$ al barile solo il Kuwait più pochi altri paesi riescono a reggere mentre per la massa dei paesi produttori, la situazione rischia di diventare insostenibile.
Qual’è stato il risultato? Eccolo…

Petrolio in caduta libera. Motivi? Secondo molti bisognava fare di più. Secondo altri si tratta delle più classiche prese di profitto a notizia avvenuta. Secondo altri ancora, lo shale oil rappresenta un rischio enorme, complice una tecnologia per l’estrazione che migliora e rende sempre più conveniente questa tecnica innovativa.

Ma è anche vero che nel breve termine a dominare è sempre la speculazione ed a lungo andare le quotazioni sono destinate, secondo il mio parere, a tornare in area 55-60 $ al barile, anche se la stessa EIA, Agenzia internazionale dell’Energia, ha evidenziato segnali di calo di domanda da parte di Paesi precedentemente molto importanti come l’India, gli Usa, la Germania e la Turchia. Torna quindi determinante la questione della crescita globale. Se il mondo frena, il petrolio rischia di essere debole. Ma il cartello dell’OPEC, che rappresenta però solo il 55% della produzione, ha la forza politica, visto un accordo che oltre i paesi aderenti all’OPEC stesso, di poter dirigere il prezzo fino al target previsto. Almeno fino a marzo 2018.

Scritto il maggio 26th, 2017 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio, OPEC nel caos: il taglio dell’offerta si allontana, Russia contraria

RIAD 28/11/16 – Incredibili gli aggiornamenti del fine settimana, alla vigilia del vertice OPEC, sull’accordo per il taglio dell’offerta, preliminarmente raggiunto ad Algeri due mesi fa e in base al quale la produzione congiunta dei 14 membri dovrebbe scendere a 32,5-33 milioni di barili al giorno dal 33,64 di ottobre. L’Arabia Saudita ha annullato la sua partecipazione all’incontro di oggi con i membri al di fuori dell’organizzazione, tra cui la Russia, sostenendo di ritenere inappropriato il faccia a faccia con gli altri paesi, quando all’interno dell’OPEC si registrano divisioni su come tagliare l’eccesso di offerta e ripartirlo tra i membri.

In queste ore, i ministri del Petrolio di Algeria e Venezuela sono in volo verso Mosca, nel tentativo disperato di convincere il più grande produttore energetico mondiale, non membro OPEC, di contribuire al taglio dell’offerta. Il cartello propone a economie come Russia, Messico e Kazakistan di ridurre la loro produzione di 600.000 barili al giorno complessivamente, ma il ministro russo Alexander Novak si è detto favorevole solamente a un “congelamento”.

Che la situazione sia sul punto di precipitare lo dimostrerebbero anche le parole del ministro saudita Khalid al-Falih, che ieri commentando i lavori preparatori al vertice di mercoledì dell’OPEC, ha dichiarato che i prezzi del greggio sarebbero destinati a risalire nel 2017, anche in assenza di un taglio dell’offerta OPEC, grazie alla crescita attesa della domanda, tra cui quella USA.

Riad segnala di essere disposta anche a non tagliare la propria produzione, limitandosi a congelarla, quando è salita ai massimi di sempre, negli ultimi mesi, intorno ai 10,6 milioni di barili al giorno. Se già gli analisti avevano messo in guardia dal rally di breve periodo sul mercato del petrolio, nel caso di raggiungimento di un accordo OPEC, adesso le probabilità di una discesa delle quotazioni per l’ennesimo possibile flop dell’organizzazione sono reali

Scritto il novembre 28th, 2016 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio, svolta a Istanbul? Oggi mini-vertice tra Paesi Opec e non Opec

TURCHIA 12/10/2016 – appuntamento è per oggi a Istanbul. Alle 13 ora italiana un gruppo di produttori di petrolio, Opec e non, si riunirà intorno a un tavolo, dove potrebbe trovare un accordo se non per tagliare, quanto meno per limitare le estrazioni per un periodo di sei mesi, prorogabile. A margine del World Energy Congress, nella capitale turca, le trattative stanno procedendo velocemente, anche se non senza intoppi. Tanto velocemente, che il mercato non riesce a starvi dietro.

Le quotazioni del greggio, che lunedì erano volate ai massimi da un anno sulle aperture di Putin a una collaborazione Russia-Opec, ieri hanno ceduto ai realizzi, chiudendo in ribasso di oltre l’1%, con il Brent a 52,41 $ e il Wti a 50,79 $. In negativo anche i principali listini azionari, con Wall Street condizionata tra l’altro dalla brutta trimestrale di Alcoa e ribassi diffusi su tutte le borse europee (Milano, peggior piazza, ha perso lo 0,9%).

Gli operatori erano tornati a focalizzarsi sulle difficoltà nella realizzazione dei piani dell’Opec, dopo che Igor Sechin, figura tra le più influenti in Russia e ceo del colosso petrolifero Rosneft, si era mostrato recalcitrante a partecipare a tagli di produzione: «Perché dovremmo?», aveva replicato, interpellato dalla Reuters. La sua reazione era tutto sommato prevedibile: Sechin non perde occasione per scagliarsi contro l’Opec e in passato aveva fatto fallire altri tentativi di coordinamento tra i produttori di greggio. Clamoroso in particolare quello di novembre 2014, che spinse l’Opec ad abbandonare ogni forma di intervento sul mercato (si veda il Sole 24 Ore del 26 novembre 2014).

La sua posizione stavolta ha tuttavia sollevato imbarazzo al Cremlino, tanto da costringere la compagnia petrolifera – responsabile del 40% della produzione di greggio in Russia – a una sorta di smentita: Rosneft «ovviamente» si adeguerà ai piani, ha precisato un portavoce. «Se la Russia si assume la responsabilità di limitare l’output, Rosneft troverà il modo la possibilità di adempiere ai suoi obblighi».

La seconda compagnia russa, Lukoil, si era nel frattempo già messa in riga: «Non c’è nessun dubbio che ci sarà un congelamento e sono sicuro che tutti parteciperemo», aveva dichiarato Leonid Fedun, vicepresidente e azionista della società. E attraverso Interfax aveva garantito sostegno anche Gazprom, che controlla Gazprom Neft.

Oggi anche la Russia parteciperà al mini-vertice di Istanbul. Tra i produttori non Opec dovrebbero inoltre esserci Azerbaijan e Messico. Poco nutrita la rappresentanza dell’Opec: diversi membri chiave dell’Organizzazione, tra cui Iran e Iraq, non sono infatti presenti a Istanbul. E anche il ministro saudita Khalid Al Falih ha detto che non ci sarà, in quanto «putroppo costretto a partire, per impegni presi in precedenza».

È stato tuttavia lo stesso Al Falih a dare peso all’evento, pur definendolo «una riunione consultiva molto informale, tra i paesi che per caso si trovano qui». «Dagli incontri che ho avuto ieri e oggi – ha assicurato alla Reuters – è chiaro che molti paesi non solo supportano la decisione dell’Opec ad Algeri, ma desiderano con entusiasmo partecipare. Stiamo parlando di un contributo nella direzione che stiamo cercando di prendere, ossia cercare di accelerare il processo di ribilanciamento già atto sul mercato».

Questo non significa che tutto andrà liscio come l’olio. L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) rileva che in settembre l’offerta di greggio è cresciuta di 600mila barili al giorno, trainata dalla Russia, dal Kazakhstan e dall’Opec, che è al record storico di 33,6 milioni di bg. Per rispettare gli obiettivi di Algeri, osserva l’Aie, «tagli più pesanti dovranno forse essere fatti da altri, come l’Arabia Saudita». Ma se davvero l’Opec riuscirà nel suo intento, «il ribilanciamento del mercato potrebbe accelerare» anticipando rispetto alla seconda metà del 2017.

Scritto il ottobre 12th, 2016 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Il calo del petrolio spaventa le Borse prima del lungo ponte

MILANO 24/03/16 – Il calo del petrolio sotto quota 40 dollari al barile torna a spavantare le Borse. A maggior ragione dopo che il Fondo monetario internazionale ha fatto marcia indietro dopo aver sostenuto – lo scorso autunno – che una discesa delle quotazioni avrebbe sostenuto la ripresa economica globale. “Gli effetti positivi sull’economia ancora non ci sono” scrivono gli economisti di Washington spiegando che adesso i bassi prezzi complicano la politica monetaria, pesando sulle aspettative di inflazione. E rischiano di innescare una serie di default aziendali e sovrani, con possibili ripercussioni sui mercati finanziari. D’altra parte il prezzo cala perché l’economia frena e zavorra la domanda. Per questo il Fmi sottolinea che la possibilità di tale effetti negativi rende urgente un sostegno alla domanda di petrolio da parte della comunità globale. “I benefici globali di bassi prezzi del petrolio si materializzeranno solo dopo che i prezzi saranno un po’ risaliti e dopo i progressi delle economie avanzate in un contesto di tassi zero” mette in evidenza il Fmi, precisando che dal giugno 2014 i prezzi del petrolio sono calati del 65% in termini di dollari. E anche tenendo conto di un apprezzamento del dollaro del 20%, il calo resta sempre accentuato. La ripresa, però, sembra lontana anche in virtù dell’aumento delle scorte settimali americane (+9,4 milioni di barili) raggiungendo un nuovo record di 532,5 milioni di barili. Oggi il Wti quota sotto 40 dollari al barile, mentre il Brent è poco sopra. Le Borse europee si muovono così in rosso sulla scia di Wall Street: Londra cede lo 0,8% come Parigi, mentre Milano perde lo 0,4% e Francoforte lo 0,5%. Gli investitori sembrano optare soprattutto per le prese di profitto dopo che la Borsa americana ha inanellato cinque settimane di fila in rialzo. Anche perché quella di oggi sarà l’ultima seduta della settimana in vista di Pasqua e gli investitori non vogliono restare esposti in vista di un lungo weekend, specialmente dopo gli attacchi terroristici di Bruxelles. A Piazza Affari sono sotto i riflettori i titoli Bpm e Banco Popolare dopo il via libera alla fusione che sancisce la nascita della terza banca italiana. A livello macroeconomico non aiutano neppure le rassicurazioni della Cina che promette una “crescita economica stabile e continua, a un passo ragionevole”: lo ha detto il premier Li Keqiang aprendo il forum di Boao (la “Davos d’Asia”), nella provincia di Hainan. Li ha osservato che il governo sta cercando di mantenere una crescita a media-alta velocità nel mentre lavora alla creazione di nuove opzioni e spinte per rafforzare il Pil. Gli aggiustamenti strutturali sono la chiave strategica della trasformazione economica della Cina e l’urbanizzazione creerà una solida domanda interna. Il premier, come affermato durante i lavori del Congresso nazionale del Popolo, ha assicurato una riforma omnicomprensiva nel settore finanziario. In mattinata dopo aver oscillato tra il segno più e il segno meno per l’intera seduta, la Borsa di Tokyo ha terminato le contrattazioni con un calo dello 0,63%: l’indice Nikkei che ha ceduto 108 punti a quota 16.892,33. Negli scambi sul mercato valutario l’eventualità di un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, ventilata negli ultimi giorni da alcuni membri della Federal Reserve, fanno perdere terreno alla divisa giapponese nei confronti del dollaro, riportandola vicino al livello di 113 a quota 112,83. Ieri sera Wall Street ha chiuso la seduta in calo: il Dow Jones ha ceduto lo 0,46%, l’S&P 500 lo 0,64% e il Nasdaq l’1,1%. L’euro è in lieve calo sul dollaro alle prime battute sui mercati internazionali. La divisa unica europea vale 1,1164 dollari (1,1189 ieri sera alla chiusura di Wall street). La moneta unica si rafforza invece sullo yen a 126. Lo spread è in discesa sotto quota 110 punti base con i Btp a 10 anni che sul mercato secondario rendono l’1,26%. In calo anche le quotazioni dell’oro: il lingotto con consegna immediata cede lo 0,4% e passa di mano a 1.214,9 dollari l’oncia. A livello

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macroeconomico attesa per i dati sull’industria italiana e le rischieste si sussidi alla disoccupazione negli Usa (l’agenda dei mercati), mentre in Germania la fiducia dei consumatori è prevista in calo ad aprile per il timore di un rallentamento di alcuni mercati chiave per l’export, in particolare della Cina. L’indice Gfk scende a 9,4 punti ad aprile dai 9,5 punti di marzo. Gli analisti si aspettavano che restasse a 9,5 punti.

Scritto il marzo 24th, 2016 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio a picco e la paura sale. L’OPEC corre ai ripari

13/01/16 – La forte discesa dei prezzi del petrolio, scivolati fino ai minimi degli ultimi 12 anni, ha preoccupato il presidente dell’Opec, Emmanuel Ibe Kachikwu, tanto da chiedere un vertice straordinario dei Paesi del cartello petrolifero agli inizi di marzo. A pesare sulle quotazioni di greggio sono le cattive notizie provenienti dai mercati cinesi, anche se gli ultimi dati commerciali di dicembre mostrano un leggero miglioramento della crescita delle esportazioni, che secondo gli analisti, potrebbe segnalare un aumento della domanda di petrolio. “Avevamo detto che se i prezzi avessero toccato i 35 dollari al barile, avremmo pensato a un vertice straordinario” ha affermato Kachikwu, ministro del petrolio della Nigeria, motivando la decisione di una riunione nel breve termine. Ma il mondo rischia di fare i conti con un prezzo del greggio a 20 dollari al barile. Le tre importanti banche di investimento, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Citigroup stimano, infatti, che le quotazioni di oro nero sfondino al ribasso la soglia dei 20 dollari il barile, a causa del rallentamento della Cina e dell’apprezzamento del dollaro, citando la possibilità di nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed, il primo già dal prossimo marzo. Per l’Energy Information Administration (EIA), l’agenzia che si occupa raccogliere ed elaborare i dati sul settore energetico negli Stati Uniti, i prezzi del petrolio saranno in media di 38,54 dollari al barile, quest’anno, e poi saliranno nel 2017 a 47 dollari al barile. La produzione petrolifera statunitense scenderà dai 9,4 milioni di barili giornalieri del 2015 a 8,7 milioni nel 2016 e 8,5 milioni nel 2017. Al momento il Brent con consegna marzo, sale dell’1,94% a 31,45 dollari al barile mentre il Wti segna un progresso dell’1,84% a 31,06 dollari.

Scritto il gennaio 13th, 2016 da eugenio  |  Commenti disabilitati

IL DECLINO DEL PETROLIO

BAGNATICA 14/12/158 – Il declino del prezzo del Wti, innescato nell’estate 2014 e peggiorato ultimamente. Le ragioni fondamentali sono due: rallentamento della domanda, per la crisi dei mercati emergenti e la minor spinta alla crescita della Cina; scelta dell’Opec di continuare ad accrescere la produzione, nonostante i prezzi in calo e la minor domanda, per difendere la sua quota di mercato e mettere fuori gioco i produttori Usa di shale, che hanno bisogno di prezzi più alti per reggersi finanziariamente.
L’Iran non fermerà la crescita della produzione: continua il calo del petrolio, ai minimi da inizio 2009.
“Non c’è alcuna possibilità che l’Iran fermi i suoi piani per accrescere la produzione di petrolio”, ora che è tornato a giocare una partita importante sullo scacchiere internazionale con l’accordo sul nucleare. Le parole di Amir Hossein Zamaninia, vice ministro per il petrolio e il commercio internazionale, hanno contribuito a generare nuove vendite sul greggio: il Wti a gennaio tratta ai minimi da febbraio 2009, poco sopra i 35 dollari al barile, mentre il Brent si è portato ai minimi da dicembre 2008 con quotazioni poco sopra 37 dollari. Secondo i dati di Bloomberg, Teheran ha pompato 2,8 milioni di barile al giorno nell’ultimo mese e da inizio 2016 si aspetta la rimozione delle sanzioni internazionali, in virtù della quale ha già assicurato ai propri clienti nuove forniture di oro nero. Zamaninia ha mostrato di non temere i prezzi bassi: “I nostri assunti sono sulla base di un prezzo basso, perciò non temiamo neppure il peggior scenario”. Che i prezzi saranno bassi a lungo è certificato anche dalle aspettative dei mercati: secondo la Commissione americana sui future, le posizioni ‘corte’ (cioè di coloro che scommettono su un ribasso dei prezzi) sono salite ancora del 5,8% nella prima settimana di dicembre, mentre quelle ‘lunghe’ (chi scommette su una risalita) sono ai minimi da cinque anni

Scritto il dicembre 14th, 2015 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio: chiude sotto 40 dollari a New York

New York, 24 agosto 2015 – Il crollo della borsa di Shanghai e la conseguente ondata di vendite sui mercati finanziari mondiali pesano sul prezzo del petrolio, che a New York chiude sotto 40 dollari per la prima volta dal 2009. Il light crude Wti cede 2,21 dollari a 38,24 dollari al barile. Il Brent di Londra, intanto, perde 2,77 dollari a 42,69 dollari al barile. .

Scritto il agosto 25th, 2015 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio ai minimi dal 2009. Borse Ue in rialzo, Francoforte record

Il greggio paga l’eccesso di scorte negli Usa e il rafforzamento del dollaro. Le Borse si muovono in rialzo nella settimana della Federal Reserve: la Banca centrale Usa si avvicina all’innalzamento dei tassi d’interesse. Francoforte al record storico, lo spread sotto 90 punti base, torna a indebolirsi l’euro. Pechino pronta a sostenere l’economia, rally delle Borse cinesi
MILANO – Ore 11:15. Il petrolio riprende la sua corsa al ribasso nella settimana che porta gli investitori a spostare l’attenzione dalla Banca centrale europea a quella americana. Dopo l’avvio del Quantitative easing, il programma d’acquisto di titoli da parte della Bce che ha ulteriormente compresso gli spread, l’attenzione si sposta fuori dal Vecchio continente. L’oro nero è tornato a scendere precipitosamente: dopo aver limato il 9,6% la scorsa settimana, ha aggiornato i minimi dalla primavera del 2009 spingendo il Wti sotto la soglia di 44 dollari al barile. A influire sui corsi del petrolio è l’incremento delle scorte Usa: non basta la chiusura di numerosi pozzi negli States per raffreddare l’eccesso di produzione.

L’altro elemento centrale per i mercati è la riunione di domani e mercoledì della Federal Reserve, che dovrebbe espuntare dal comunicato finale il riferimento alla “pazienza” nell’innalzare i tassi (agenda dei mercati). Gli investitori si aspettano però la massima cautela e una Janet Yellen in grado di accompagnare i mercati sulla strada della normalizzazione della politica monetaria, con il rialzo dei tassi che potrebbe partire da giugno o settembre. Una cosa è certa: la parola d’ordine a Wall Street è volatilità, quella vista nelle ultime settimane e attesa nei prossimi mesi. Anche il rafforzamento del dollaro, che fa da corollario al cambio di politica monetaria della Fed e alla divergenza rispetto a quello della Bce, contribuisce poi ad abbassare i prezzi delle commodity e del petrolio.

In questo contesto, i listini Ue si rafforzano dopo il buon avvio: Milano segna un progresso dell’1,2%. Nuovi record storici per il Dax di Francoforte, che aggiunge l’1,1% e supera la soglia di 12mila punti. Bene anche Parigi (+0,8%) e Londra (+0,6%). Eni paga subito il calo del petrolio, che si somma alla presentazione di un piano strategico fortemente conservativo e con il taglio del dividendo. Da monitorare Safilo, che ha presentato il nuovo piano e si attende ricavi tra 1,6 e 1,7 miliardi nel 2020. Continua invece la corsa di Fca: la casa auto sfiora i 16 euro a Piazza Affari.

L’euro ha ripreso la sua flessione: la valuta europea perde terreno rispetto al dollaro con un cambio in area 1,054, dopo aver toccato un nuovo minimo da 12 anni sui mercati asiatici a 1,0457 dollari. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi avvia la settimana stabile sotto 90 punti base (86 punti), sotto il differenziale tra Bonos e titoli della Germania. Il rendimento del decennale italiano sul mercato secondario è all’1,14%. L’agenda macro americana presenta oggi i dati principali, con l’indice Empire State sul manifatturiero e la produzione industriale di febbraio, oltre alla fiducia nel settore delle costruzioni. In Europa, si attendono le parole di Mario Draghi (nella serata italiana) sul futuro del settore finanziario. Intanto, la Germania registra il pieno d’occupazione nel manifatturiero: a gennaio sono 5,3 milioni gli addetti delle imprese con più di 50 addetti, con una crescita di 61mila addetti pari al +1,2% rispetto al 2014.

In mattinata, la Borsa di Tokyo ha terminato invariata gli scambi (-0,04%), in una seduta improntata alla cautela con l’avvio del board della Bank of Japan (BoJ) che domani annuncerà le sue decisioni in materia di politica monetaria. L’indice Nikkei ha ceduto solo 8,19 punti, a 19.246,06, ai massimi degli ultimi 15 anni, limando i rialzi intraday raggiunti sulle attese dei consistenti aumenti salariali da parte delle imprese, al fine di sostenere i consumi e la ripresa economica. Lo yen debole ha sostenuto i titoli delle società esportatrici. Chiusure in forte rialzo per le Borse cinesi: Shanghai +2,26% e Shenzhen +2,6%. A trainare gli acquisti sono state le rassicurazioni del premier Li, secondo il quale la politica è pronta a intervenire qualora la crescita economica di quest’anno non sia sufficientemente vicina all’obiettivo del 7% circa.

Come accennato, le quotazioni del petrolio sono in calo: l’annunciato boom delle scorte Usa fa precipitare le quotazioni del greggo ai minimi da marzo 2009. I contratti sul Wti con scadenza ad aprile cedono 49 centesimi a 44,3 dollari al barile sul mercato after hour di New York; il Brent scende a 53,3 dollari. Già venerdì si era registrato un pesante tonfo del greggio: l’Agenzia internazionale dell’energia ha rilasciato stime negative per il comparto. Corsi dell’oro in rialzo in avvio di settimana sui mercati asiatici con le quotazioni del lingotto con consegna immediata che salgono a 1.162 dollari l’oncia segnando un progresso dello 0,32%.

Nella settimana della Fed, infine, si attende la riscossa di Wall Street, che venerdì ha archiviato la terza settimana di fila in calo, con Dow Jones e S&P500 rispettivamente in

rosso dello 0,6% e dello 0,9%. A pesare, il crollo del greggio, il rafforzamento del dollaro e la possibile avanzata verso un rialzo dei tassi da parte della Fed. Per i due indici, il bilancio da inizio anno è tornato in rosso. Il listino tecnologico Nasdaq in 5 giorni ha segnato un -1,1%.

Scritto il marzo 16th, 2015 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Petrolio: mercato non crede ad accordo Opec su calo produzione

Un taglio potrebbe stabilizzare i corsi signs lexapro is not working solo momentaneamente (Il Sole 24 cialis canada 5mg Ore Radiocor) – Milano, 27 nov – Se da una parte ridurre l’offerta di greggio potrebbe dare nuovo ossigeno al mercato, dall’altra questa penalizzerebbe soprattutto i membri Opec ‘piu’ piccoli’ e rischierebbe di fare perdere (soprattutto a quelli ‘grandi’) quote di mercato. Proprio per questo diversi membri del cartello, tra cui Venezuela e Iran, invitano a lavorare con i Paesi where to buy viagra online safely produttori di petrolio non-Opec per riequilibrare il mercato. Nell’ambito generic cialis buy uk Opec si registra che martedi’ scorso a Vienna ci sono stati degli incontri con master clinical pharmacy canada i rappresentanti di Russia e Messico, che non fanno parte del cartello, ma non c’e’ stato alcun accorso su un ribasso generalizzato della produzione. Per gli esperti, nonostante gli sforzi registrati in questi giorni con i vari incontri bilaterali tra i Paesi Opec, non sara’ comunque facile arrivare a una scelta

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concordata. E comunque, se questa fosse anche per una riduzione della produzione, potrebbe avere solo un effetto calmieratore temporaneo sul mercato. Sul lungo termine, secondo gli cialis dosage analisti di Fxtm, ‘il greggio e’ infatti destinato a continuare la sua tendenza al ribasso’ poiche’ i fondamentali restano sfavorevoli.

Scritto il novembre 27th, 2014 da eugenio  |  Commenti disabilitati

Paesi con le maggiori riserve di petrolio (DATI 01/01/2010)

Riserve di petrolio a livello mondiale Qui di seguito sono elencati i primi 20 paesi per riserve certe di petrolio. Per vita media residua si intende la stima della durata delle riserve ai ritmi di estrazione dell’anno 2013. N° Paese Milioni di barili (bbl) % sul totale Vita media residua; 1 Venezuela 296.500 17,9% ND 2 Arabia Saudita 265.500 16,1% 61,8 3 Canada 175.200 10,6% ND 4 Iran 151.200 9,1% 93,1 5 Iraq 143.100 9,1% ND 6 Kuwait 101.500 6,1% 94,6 7 Emirati Arabi Uniti 97.800 5,9% 78,7 8 Russia 88.200 5,3% 21,5 9 Libia 47.100 2,9% ND 10 Nigeria 37.200 2,3% 39,0 11 Stati Uniti 30.900 1,9% 9,5 12 Kazakistan 30.000 1,8% 42,2 13 Qatar 24.700 1,5% 34,8 14 Brasile 15.100 0,9% 14,6 15 Cina

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14.700 0,9% 7,5 16 Angola 13.500 0,8% 18,6 17 Algeria 12.200 0,7% 16,7 18 Messico 11.400 0,7% 8,1 19 Azerbaigian 7.000 0,4% 18,9 20 Norvegia 6.900 0,4% 6,4 Resto del mondo 81.200 6,1% * Totale 1.652.600 100% 51,8 46 Italia 1.400 0,1% 31,9 I volumi si riferiscono alle riserve certe. Sono escluse le stime ufficiali delle sabbie bituminose canadesi (pari a circa 143.300 milioni di barili) relative ai progetti oggetto di sviluppo attivo, ai liquidi separati dal gas naturale (detti NGL, dall’inglese “Natural Gas Liquids”) e ai liquidi condensati dai gas naturali (in inglese “gas condensate”).

Scritto il settembre 18th, 2014 da eugenio  |  Commenti disabilitati

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