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Archive for the ‘Eventi’ Category

Aziende certificate ‘bio’ ma che usavano pesticidi, sequestrati 10 tonnellate di prodotti chimici; ANCORA CREDIAMO ALLA FAVOLA DEI PRODOTTI BIOLOGICI????

BAGNATICA 03/11/17 – Oltre 10 tonnellate tra prodotti chimici, fertilizzanti, concimi, sementi alterate e pesticidi rigorosamente vietati in agricoltura biologica sono stati sequestrati nel ragusano dalla Guardia di Finanza nell’ambito di una operazione nei confronti di aziende certificate “Bio” che percepivano indebitamente anche contributi dalla Ue.

I finanzieri del Comando Provinciale di Ragusa hanno eseguito complessivamente 15 provvedimenti di perquisizione e sequestro emessi dalla locale Procura della Repubblica nei confronti, tra gli altri, di 9 titolari di aziende agricole, tutti indagati per i reati di frode in Commercio e truffa aggravata ai danni dello Stato e dell’Unione Europea, nell’ambito di una complessa indagine di polizia tributaria e giudiziaria, che ha portato alla luce una indebita percezione di finanziamenti ed incentivi all’agricoltura per circa 1 milione di euro ed una maxi frode commerciale nel settore agroalimentare “Biologico” siciliano.

Le indagini, avviate all’inizio del 2017, avrebbero permesso di scoprire un articolato sistema di frode finalizzato alla commercializzazione, sia in Italia che verso i principali Paesi europei, di prodotti ortofrutticoli che venivano falsamente etichettati come provenienti da agricoltura “Biologica e Biodinamica”.

In molti casi, per soddisfare la crescente domanda dei mercati esteri, in eccesso rispetto alle disponibilità di raccolto, venivano incamerati nei magazzini aziendali anche partite di prodotti provenienti direttamente da terreni, non certificati “Bio”, di ignari produttori agricoli della zona. Il sistema di frode, poi, si completava attraverso l’alterazione dei risultati delle analisi chimiche eseguite su campioni di prodotti confezionati ed etichettati per essere destinati alla grande distribuzione ad un prezzo notevolmente superiore, oppure venduti come materia prima “Biologica” all’industria locale.
La prova della frode sarebbe appunto il sequestro di oltre 10 tonnellate tra prodotti chimici e pesticidi rinvenuti nei magazzini aziendali e nei terreni dichiarati ufficialmente nel Programma Annuale di Produzione delle aziende agricole certificate, per la coltivazione dei quali venivano illecitamente percepiti contributi e finanziamenti pubblici della Politica Agricola Comune europea.

In alcuni casi, i finanzieri sono riusciti anche a risalire alle ditte fornitrici degli agenti chimici, scoprendo, tra l’altro, un sistema di evasione fiscale di oltre 200mila euro. L’esame della documentazione sequestrata, concernente acquisti e vendite tra il 2015 ed il 2017, ha consentito di quantificare in oltre 8 milioni di euro l’ammontare delle movimentazioni di falsi prodotti “Bio” effettuate dalle aziende controllate, con una indebita percezione di contributi, finanziamenti ed agevolazioni pubbliche proprie dell’agricoltura biologica, pari a circa 1 milione di euro.

Posted on novembre 2nd, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Gigantesca frana al confine tra Italia e Svizzera: 100 sfollati

Frana in Val Bregaglia, al confine tra Italia e Svizzera. Gli abitanti di Bondo, un centinaio di persone, sono stati sfollati a seguito della frana scesa dal Pizzo Cengalo intorno alle 9.30 di stamane, mercoledì 23 agosto. Dal versante nord della montagna di 3.396 metri al confine con l’Italia, vicina a Pizzo Badile, “si sono staccate delle rocce che hanno dato origine a una colata detritica nella sottostante Val Bondasca”, rende noto la polizia cantonale. La frana è arrivata vicino al villaggio di Bondo, dove tutti gli stabili sono stati evacuati da vigili del fuoco, dipendenti comunali e polizia cantonale.

Secondo le informazioni raccolte finora “non ci sarebbero feriti, ma è stato ritenuto opportuno predisporre l’evacuazione per motivi preventivi di sicurezza”, ha spiegato all’Ats René Schuhmacher, portavoce della polizia. Due stalle sono state colpite dalla colata detritica e distrutte. Intanto la strada cantonale della valle tra Stampa e Castasegna è stata chiusa al traffico. Un elicottero ha trasportato in salvo alcuni escursionisti, rimasti intrappolati a causa della frana.
L’area è protetta da un sistema di allarme detriti, “installato dopo la prima frana nella zona nel 2012, che si attiva appena le rocce si staccano e prima che arrivino a valle, inviando un segnale ai semafori stradali che immediatamente bloccano le strade della zona”, ha spiegato all’Ats la sindaca di Bregaglia, Anna Giacometti.

“Si sapeva che una nuova frana fosse possibile ma non ci si aspettava tutto questo materiale detritico”, ha evidenziato Giacometti, aggiungendo che al momento i tecnici sono a lavoro nella zona e non c’è ancora una stima ufficiale della quantità di materiale franata.

Posted on agosto 25th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Il Brasile cancella la grande riserva. L’Amazzonia fa spazio alle miniere

Nel 1984, l’allora regime militare al potere a Brasilia decise di preservarla, più per ragioni strategiche che ambientali: voleva che restasse nell’orbita dello Stato. Da allora le pressioni delle società minerarie, da ogni parte del mondo, non sono mai venute meno. Potrebbe trattarsi, secondo gli esperti di settore, di una delle aree più ricche di minerali del continente ancora non esplorate, se non da sporadici avventurieri. Con il governo Temer, finalmente, il colpo è stato inflitto. D’altronde l’attuale presidente non è stato eletto da nessuno, né dovrà renderne conto nelle urne, e un certo Brasile che rappresenta ne sta approfittando per prendersi tutte le rivincite in campo economico, sociale e ambientale.

La Renca, nel corso degli anni, è finita incastonata tra altri territori protetti: ci sono parchi nazionali, territori indigeni, riserve biologiche. Il governo assicura che tutto avverrà secondo il rispetto dell’ambiente e degli indios, i cui diritti non verranno toccati. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare la legislazione nella regione, dicono. Ma come vanno queste cose in Amazzonia si sa: l’apertura di strade nella foresta, l’arrivo di manodopera e macchinari, i forti interessi economici hanno sempre come risultato un rapido degrado dell’esistente. «Questo decreto è il più forte attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni — dice il senatore Randolfe Rodrigues, eletto nella regione —. Nemmeno la Transamazzonica (strada costruita negli anni 70, ndr) è stata così offensiva, nessuno immaginava che il governo Temer potesse osare tanto». Rodrigues e altri gruppi ambientalisti sono già sul piede di guerra, nella speranza che i Tribunali possano bloccare tutte le autorizzazioni allo sfruttamento delle risorse che potrebbero arrivare. Il governo, tra l’altro, ha scelto l’arma del decreto proprio per evitare un disegno di legge che avrebbe comportato un iter di discussioni con la società, certamente non amichevole.

Da quando Michel Temer, al potere dopo l’impeachment di Dilma Rousseff nell’agosto 2016 , ha superato l’ostacolo di un voto di autorizzazione a procedere del Parlamento per accuse di corruzione, il governo ha premuto l’acceleratore in una serie di misure sociali ed economiche. Quasi tutte gradite agli imprenditori e ai mercati finanziari, come le riforme del lavoro e della previdenza, e una nuova ondata di privatizzazioni. Insieme all’apertura della riserva amazzonica, Temer ha annunciato difatti la vendita di azioni della Eletrobras, l’Enel brasiliana, e la cessione ai privati di strade e aeroporti. Dal suo lato, il lento ma costante recupero dell’economia, che sta uscendo finalmente da tre anni di recessione.

Posted on agosto 25th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Antartide, si stacca uno dei più grandi iceberg mai visti: mille miliardi di tonnellate Seimila chilometri quadrati di ghiaccio si staccano dal continente antartico, l’allarme del WWF: dimostra l’emergenza climatica

BAGNATICA – 12 luglio 2017 – Un iceberg di oltre mille miliardi di tonnellate, più grande dell’intera Liguria, si è staccato dall’Antartide. Lo hanno confermato oggi alcuni ricercatori britannici dell’Università di Swansea. “Il gigantesco iceberg si è formato tra lunedì e mercoledì” hanno confermato gli studiosi che da tempo tengono sotto controllo l’enorme frattura che ha tagliato la piattaforma glaciale Larsen C. La frattura studiata dal British Arctic Survey, ecco il video: Trenta dei circa 190 metri di spesso del nuovo iceberg affiorano dalla superficie dell’acqua. La superficie della nuova formazione rappresenta circa il 10% dell’intera piattaforma Larsen C e compito degli studiosi ora sarà anche quello di capire quali potranno essere le ripercussioni di questa frattura sulla stabilità della piattaforma stessa. L’evento era atteso e durante tutto l’inverno team di ricerca dell’Università di Swansea con la partecipazione di studiosi della British Antarctic Survey hanno monitorato il “distacco” lungo una faglia di 170 km con l’ausilio dei satelliti della Agenzia Spaziale Europea Copernicus Sentinel-1. Si tratta certamente di uno tra i 10 iceberg più grandi mai segnalati ma la sua grandezza impallidisce a fronte di “mostri” avvistati in Antartide nei decenni scorsi. Il più grande di tutti fu localizzato da un satellite e denominato B-15, 11mila metri quadrati di ghiaccio (poco più dell’Abruzzo) separatisi dalla piattaforma glaciale Ross e i qui resti erano ancora visibili sei anni dopo a largo della Nuova Zelanda. L’immagine termica scattata dal satellite Nasa Modis mostra il distacco del nuovo iceberg ma si attendono immagini a più alta definizione per confermare quanto è accaduto. Per il momento l’immagine dimostrerebbe anche che l’enorme massa di ghiaccio non si è mossa dalla sua posizione originaria. Interpellato dall’Independent, Rod Downie, responsabile dei programmi polari del WWF ha commentato: “La scala monumentale di questa filiazione è impressionante, dovremo ridisegnare la cartografia della penisola Antartica. Ma mentre l’Antartide fa quello di solito fa, dimostra anche quanto siano fragili le nostre calotte polari. Sono loro queste regioni che alimentano la nostra atmosfera e i nostri oceani. Ma l’Antartide occidentali ha subito in queste ultime decadi le conseguenze del rapido innalzarsi del riscaldamento globale. Questa non è affatto una buona notizia e dimostra la necessità di affrontare urgentemente il problema dei cambiamenti climatici.”

Posted on luglio 12th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Allen (ex Microsoft) vara il jet “lancia-satelliti”, l’aereo più grande del mondo

Le avventure spaziali degli enfant prodige dell’hi-tech Usa sfondano una nuova frontiera. Il co-fondatore di Microsoft Paul Allen ha alzato il velo ufficialmente sulla sua nuova creatura: Stratolaunch, l’aereo più grande del mondo, un “libellulone” lungo 75 metri con due fusoliere, 28 ruote e un’apertura alare di 117 metri (più della lunghezza di un campo di calcio) che si guadagnerà da vivere dal 2019 in poi – almeno così si augura il suo costruttore – lanciando in orbita satelliti di piccole dimensioni.

Il gigante da 250 tonnellate costruito dalla Vulcan Aerospace è uscito ieri dall’hangar di Mojave, in California, per la prima volta. Per un anno resterà ancora con i carrelli ben piantati per terra, per completare tutte le prove tecniche (per ora i rifornimenti, poi quelle di rullaggio e gli spostamenti a terra). Il battesimo dell’aria è fissato per il 2018 quando – sfruttando una pista lunga almeno 4 chilometri – affronterà il decollo librandosi in aria grazie ai 6 motori usate di Boeing 747 che garantiscono la propulsione. Il “Roc”, come è stato soprannominato lo Stratolaunch in onore del mitologico uccello bianco delle “Mille e una notte” capace di sollevare anche gli elefanti, avrà un equipaggio di tre persone: pilota, copilota e ingegnere di volo. In assetto operativo si porterà fino a un’altezza di crociera di 30mila piedi (poco più di 9mila metri) e a quel punto sgancerà il satellite – potrà portarne fino a tre alla volta – appeso alle ali tra le due fusoliere. Un razzo agganciato alla navicella spaziale si farà carico poi della fase due, portandola in orbita. Secondo la Vulcan aerospace il servizio dovrebbe essere molto competitivo specie per i satelliti di dimensioni minori.

Allen non è l’unico tycoon digitale ad essersi avventurato nel settore aerospaziale. Elon Musk, il fondatore di Paypal e Tesla, ha lanciato Space-X, specializzata nel lancio di satelliti attraverso razzi “riciclabili” capaci di rientrare nell’atmosfera e atterrare senza danni da dove sono partiti, come aerei normali. Jeff Bezos invece, il patron di Amazon, sta lavorando con la Blue Origin a un progetto per i voli commerciali suborbitali e per turisti spaziali. Sul dossier Stratolaunch sono impiegate oggi 300 persone e il guru di Microsoft, secondo le stime, avrebbe investito per ora nel suo sogno volante circa 250 milioni.

Posted on giugno 1st, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Media: “Trump ha deciso: Usa escono da accordi Parigi sul clima”

DONALD Trump avrebbe deciso di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Lo riferisce il sito web Usa Axios citando “due fonti vicine all’amministrazione”. Non si ha ancora la conferma ufficiale della decisione. Il sito Axios, domenica scorsa, aveva già scritto che Trump aveva confidato l’intenzione ai suoi collaboratori più stretti. I dettagli sull’uscita dall’accordo saranno curati da un ristretto numero di persone, tra cui Scott Pruitt, l’amministratore dell’Epa, l’agenzia di protezione ambientale. Gli uomini di Trump starebbero valutando la formula con cui abbandonare l’intesa. Durante la sua recente visita in Italia, Trump aveva ricevuto da Papa Francesco un libro sull’ambiente.

Due possibili scenari. L’uscita degli Usa dall’intesa di Parigi sarebbe il peggior colpo assestato alle politiche ambientali di Obama, e manderebbe anche un segnale chiaro e combattivo al resto del mondo sul fatto che la lotta al cambiamento climatico non sarà una priorità per Washington nei prossimi anni. L’uscita degli Usa inoltre, minaccerebbe la tenuta dell’intero accordo, visto il ruolo decisivo di Obama nel successo di Parigi. Gli scenari possibili, a questo punto, sarebbero due, secondo Axios:

– Trump potrebbe annunciare l’uscita, che darebbe inizio a un processo che non si concluderebbe prima del novembre 2020. Secondo i termini dell’accordo, i paesi firmatari non possono inviare la loro richiesta di abbandono dell’intesa prima di tre anni, a partire dall’entrata in vigore, avvenuta il 4 novembre 2016. Il processo di ritiro, poi, richiederà circa un anno. In questo lungo periodo di tempo, non si escludono ripensamenti della Casa Bianca.

l’accordo di Parigi, chiamato United Nations framework convention on climate change. Si tratterebbe dell’opzione più estrema, perché porterebbe gli Stati Uniti fuori da tutti gli accordi globali sul clima. Per questo processo, sarebbe necessario un anno.

Posted on maggio 31st, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

OPEC, il cartello conferma il taglio alla produzione, ma il petrolio crolla

Le reazioni che si possono riscontrare sui mercati finanziari, a volte sorprendono e non poco anche gli operatori più”navigati”:
Quanto è avvenuto ieri per il petrolio, ad esempio, ha incuriosito non pochi investitori.

Altri nove mesi di tagli alla produzione per cercare di dare una chiara svolta al mercato del petrolio, che fino a questo momento non ha dato segnali del tutto convincenti di ripresa. Dalle riunioni di Vienna è arrivato l’accordo tra i rappresentanti dei Paesi produttori riuniti nel cartello dell’Opec, capitanato dall’Arabia Saudita e appoggiato dall’esterno da altri grandi produttori, tra i quali la Russia: il greggio verrà pompato a ritmo ridotto fino al marzo 2018. La riunione si è tenuta a sei mesi di distanza dall’accordo che aveva messo insieme per la prima volta 24 Petrostati (quelli del cartello e altri undici) per tagliare di 1,8 milioni di barili (da 34 milioni iniziali) al giorno la produzione di oro nero, nel tentativo di far risalire il prezzo sottraendo materia prima dal mercato. (Source)

La notizia di per sè figura come molto positiva per il prezzo dell’oro nero. Un taglio confermato fino a marzo 2018,. un accordo che mette insieme l’intenzione di più paesi facenti parte del cartello dell’Opec e non, con la volontà di fare tutto il possibile per far salire, dal lato dell’offerta, le quotazioni. Una necessità che va ben oltre al semplice intento di guadagnare più soldi. A 50$ al barile solo il Kuwait più pochi altri paesi riescono a reggere mentre per la massa dei paesi produttori, la situazione rischia di diventare insostenibile.
Qual’è stato il risultato? Eccolo…

Petrolio in caduta libera. Motivi? Secondo molti bisognava fare di più. Secondo altri si tratta delle più classiche prese di profitto a notizia avvenuta. Secondo altri ancora, lo shale oil rappresenta un rischio enorme, complice una tecnologia per l’estrazione che migliora e rende sempre più conveniente questa tecnica innovativa.

Ma è anche vero che nel breve termine a dominare è sempre la speculazione ed a lungo andare le quotazioni sono destinate, secondo il mio parere, a tornare in area 55-60 $ al barile, anche se la stessa EIA, Agenzia internazionale dell’Energia, ha evidenziato segnali di calo di domanda da parte di Paesi precedentemente molto importanti come l’India, gli Usa, la Germania e la Turchia. Torna quindi determinante la questione della crescita globale. Se il mondo frena, il petrolio rischia di essere debole. Ma il cartello dell’OPEC, che rappresenta però solo il 55% della produzione, ha la forza politica, visto un accordo che oltre i paesi aderenti all’OPEC stesso, di poter dirigere il prezzo fino al target previsto. Almeno fino a marzo 2018.

Posted on maggio 26th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

La lettera d’addio di Michele, trentenne precario che si è tolto la vita. “Appartengo a una generazione perduta”

BAGNATICA 08/02/2017 – Io credo che si debba riflettere su una cosa del genere, si parla di umanità, ma io credo che non siamo nemmeno “BARBARI” SIAMO MOLTO PEGGIO!!!
Belotti Eugenio

Michele si è tolto la vita. Stanco di essere senza futuro e prospettive. Prima di andarsene, questo trentenne friulano, ha scritto una lettera, pubblicata per volontà dei genitori (e che oggi riporta il Messaggero Veneto) perché questa denuncia non cada nel vuoto. Ecco il testo.

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

Michele

Posted on febbraio 8th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale

BAGNATICA 16/01/2017 – Otto uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Lo rivela il nuovo rapporto di Oxfam, diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, che analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando.

Secondo l’organizzazione, le multinazionali e i potenti del mondo continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica. “È necessario un profondo ripensamento – secondo Oxfam – dell’attuale sistema economico che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.

Una tendenza preoccupante
Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza, la metà più povera del pianeta è ancora più povera che in passato. Se questi dati fossero stati disponibili già lo scorso anno, avremmo avuto nove miliardari in possesso della ricchezza della metà della popolazione.

“È osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di 2 dollari al giorno”, ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. “La disuguaglianza stritola centinaia di milioni di persone, condannandole alla povertà: rende le nostre società insicure e instabili, compromette la democrazia”.

“I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco. La voce del 99 per cento della popolazione rimane inascoltata perché i governi mostrano di non essere in grado di combattere l’estrema disuguaglianza, continuando a fare gli interessi dell’1 per cento più ricco: le grandi corporation e le élites più prospere”, afferma Barbieri.

Il rapporto di Oxfam dimostra come l’attuale sistema economico favorisca l’accumulo di ricchezza nelle mani di una élite privilegiata ai danni dei più poveri, che sono in maggioranza donne.

Sette persone su dieci vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni: tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10 per cento più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari all’anno, mentre quello dell’1 per cento più ricco di 11.800 dollari.

In questo quadro, le donne sono particolarmente svantaggiate perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo, denuncia il rapporto.

E in Italia?
Nel 2016 la ricchezza dell’1 per cento degli italiani (in possesso oggi del 25 per cento di ricchezza nazionale) è oltre 30 volte la ricchezza del 30 per cento più povero dei cittadini italiani e 415 volte quella posseduta dal 20 per cento più povero della popolazione italiana.

Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10 per cento più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani. E come rilevato da una recente indagine demoscopica di Demopolis per Oxfam Italia sono proprio reddito e ricchezza a rappresentare le due dimensioni in cui i cittadini italiani percepiscono oggi le disuguaglianze più pronunciate.

La sintesi del rapporto in cinque punti

•Dal 2015, l’1 per cento della popolazione possiede la maggior parte della ricchezza mondiale.
•Al momento otto uomini possiedono il corrispettivo della ricchezza del 50 per cento della popolazione mondiale. Ecco gli otto miliardari: Bill Gates (75 miliardi di dollari), Amancio Ortega (67 miliardi di dollari), Warren Buffett (60,8 miliardi di dollari), Carlos Slim Helu (50 miliardi di dollari), Jeff Bezos (45,2 miliardi di dollari), Mark Zuckerberg (44,6 miliardi di dollari), Larry Ellison (43,6 miliardi di dollari), Michael Bloomberg (40 miliardi di dollari).
•L’amministratore delegato di una delle cento aziende più grandi quotate in borsa a Londra guadagna in un anno quanto diecimila lavoratori di una fabbrica tessile del Bangladesh.
•Una ricerca dell’economista Thomas Piketty mostra che negli ultimi trent’anni la crescita dei salari del 50 per cento della popolazione mondiale è stata pari a zero, mentre quella dell’1 per cento della popolazione mondiale è aumentata del 300 per cento.
•In Vietnam l’uomo più ricco guadagna in un giorno di più di quello che la persona più povera guadagna in dieci anni.

Posted on gennaio 16th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

Poca crescita e sviluppo diseguale, così il Wef boccia l’Italia

Roma 16/01/17 – Crescita e sviluppo, il paradigma che in Italia non c’è. Corruzione e scarsa etica nella politica e nel business. Per non parlare dell’occupazione, del Welfare e della qualità del sistema educativo. Un giudizio impietoso quello del World Economic Forum che emerge dall’ultimo “The inclusive growth and Development Report 2017″ dove il Paese si colloca al 27esimo posto su 30 economie avanzate prese in considerazione, superato nel peggio solo dal Portogallo e dalla Grecia. Al primo posto della lista dei paesi più virtuosi in termini di ‘crescita inclusiva’, e non è una novità, la Norvegia, il Lussemburgo, la Svizzera e l’Islanda, con una Germania invece al 13esimo posto e una Francia al 18esimo. Unica consolazione gli Usa, anche loro in fondo alla classifica al 23esimo posto.

A far perdere colpi all’Italia, Paese membro del G7 che vanta i primi posti in termini di industrializzazione, non è la crescita di per sé, e neanche il Pil pro-capite, piuttosto la valutazione dell’Inclusive Development Index, Idi, indicatore economico di nuova generazione elaborato dal Wef che esamina non solo la ricchezza del Paese, ma la sua capacità di far quadrare la crescita con l’uguaglianza sociale, l’efficienza delle infrastrutture e dei servizi, la capacità di fare impresa in un ambiente favorevole e, soprattutto, in maniera etica. L’Idi divide i Paesi per grado di sviluppo (30 nazioni avanzate e 79 in via di sviluppo) e li valuta sulla base di 7 indicatori chiave: educazione e abilità; servizi e infrastrutture; corruzione; intermediazione finanziaria e investimenti in economia reale; imprenditorialità e creazione di asset; occupazione ecompensazione del lavoro; trasferimenti fiscali e protezione sociale.

Usa esempio negativo. Tra i virtuosi la Cambogia e il Vietnam

Ad attestare la particolarità di una valutazione – che costituirà il leit motiv dell’annuale discussione dei leader mondiali al Forum di Davos che si apre martedì nel cantone dei Grigioni in Svizzera dal titolo ‘Responsive and Responsible Leadership’ (Leadership inclusiva e responsabile, ndr.) – è il risultato raggiunto soprattutto da alcuni paesi emergenti. Come La Cambogia, la Repubblica Ceca, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud e il Vietnam. Questi infatti hanno ottenuto delle ottime performance in termini di Inclusive Development Index, superiori a quelle invece del loro Pil pro-capite. Al contrario invece gli Usa, Paese con un alto Pil pro-capite (al 9 posto in classifica), è invece risultato solo al 23esimo posto tra le economie avanzate, proprio per la totale mancanza di ‘inclusività’ nella struttura della sua economia. Stessa cosa per il Giappone, quasi in fondo alla lista al 24esimo posto, e per paesi emergenti ad alto tasso di crescita, come Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sudafrica. Da notare che al primo posto, in termini di inclusività, tra le economie emergenti, c’è la Lituania, seguita dall’Azerbaigian, dall’Ungheria e dalla Polonia.

Inclusività problema di oltre la metà delle economie mondiali
Dal rapporto del Wef emerge che la difficoltà di raggiungere una crescita inclusiva viene dal 51% delle economie prese in considerazione dove negli ultimi 5 anni l’indice Idi è sceso inesorabilemnte. In un 42% di casi inoltre ha continuato a registrare pessime performance anche in presenza di un aumento della crescita del Pil pro capite. Colpevole, spiegano gli esperti del Wef “l’ineguaglianza sociale” in aumento nel 77% delle economie prese in considerazione al tasso medio del 6,3%.

Nuovi modelli di crescita

Il Wef suggerisce ai governi di mettere in atto il prima possibile dei “nuovi modelli di crescita” basati soprattutto sull’aumento degli standard di vita dei cittadini e un nuovo modo di applicare le riforme strutturali. “C’è un consenso globale sul fatto di perseguire una crescita inclusiva ma è più indicativo che concreto” ha detto Richard Samans del Wef. “Per rispondere in maniera efficace alle nostre preoccupazioni le politiche economiche hanno bisogno di nuove regole, basate sugli standard di vita, su una nuova mappa mentale in cui le riforme strutturali vengano ripensate e riapplicate, proprio con questo obiettivo finale: una crescita che includa e che abbia benefici per tutti. E gli economisti non devono più pensare in termini di macroeconomia, supervisione finanziaria e politica commerciale”.

Tra i nuovi modelli: nuovi sistemi per la distribuzione dei redditi; investimenti nella formazione del capitale umano; finanziamenti delle infrastrutture su base pubblico-privato; nuove norme per il libero commercio basate sulle ‘best practice’. Ma soprattutto, in termini di conti pubblici, entra in campo ‘l’equità tra le generazioni’, ovvero ridurre il debito pubblico, macigno per le generazioni a venire. Per quanto riguarda infine la competitività questa per il Wef diventa un valore aggiunto: non a caso i paesi più competitivi sono anche quelli più ‘inclusivi’.

Posted on gennaio 16th, 2017 by eugenio  |  Commenti disabilitati

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