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Archive for the ‘Insegnamento’ Category

Altostratus

E’ una nube orizzontale che si sviluppa a quote medie dell'atmosfera e indica sempre la presenza di una fascia d'aria a elevato contenuto d'umi­dità. Non presenta particolari ca­ratteri morfologici, poiché può formare sia un bianco velo traslu­cido che lascia intravedere il So­le, sia un manto grigio, denso e uniforme.

 

L'altostrato si forma per il sollevamento e la conseguente condensazione di una vasta massa d'aria in corrispondenza dell'arrivo di un fronte, che porta allo uno strato nuvoloso esteso per migliaia di chilometri quadrati. Qualora sia sufficientemente spesso, è in grado di provocare precipitazioni diffuse. Quando questo tipo di nubi copre tutto il cielo, non è facile capire se si trat­ta di formazioni di bassa o media quota. A titolo indicativo, se si distingue una certa trama si è in presenza di strati bassi , se le nubi appaiono opache
e destrutturate ci si trova in presenza di altostrati. Una spessa cortina di altostrati può porre
problemi agli aerei: se la temperatura all'interno della nube è inferiore al punto di congelamento
dell'acqua, si può formare del ghiaccio sulle ali che ne modifica il profilo aerodinamico, causando gravi avarie. Fortunatamente la maggior parte degli aerei è dotata di sistemi di sghiacciamento.

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Posted on marzo 31st, 2012 by enrico  |  Commenti disabilitati

CARL-GUSTAF ROSSBY:  LO SCOPRITORE DELLE CORRENTI A GETTO

Carl  Gustaf buy neurontin online, buy dapoxetine online. Rossby (1898-1957); discepolo di Vilhelm Bjerknes, fu uno dei meteorologi più influenti del XX secolo. Svedese di nascita, si trasferì negli Stati Uniti nel 1926. Egli per primo studio la circolazione,generale dell'atmosfera e le ondulazioni delle masse d'aria provenienti da ovest in onde lunghe nella troposfera superiore, designate poi "onde di Rossby.

Rossby elaborò anche modelli matematici per la previsione meteorologica, ponendo le basi dei primi modelli numerica a calcolatore. A lui si deve inoltre la scoperta delle correnti a getto e lo sviluppo delle principali teorie che ne spiegano il  moto.

Posted on marzo 25th, 2012 by enrico  |  Commenti disabilitati

I pericoli di un mondo in riserva

La domanda di energia e tornata a crescere spingendo al massimo le emissioni di co2

Determinanti i Paesi emergenti che nel 2035 rappresenteranno il 90% dell'incremento

Il mondo ha sete di energia. Tra investimenti, nuove infrastrutture, dubbi sui vecchi impianti e problemi di sicurezza, c’è una sola certezza ed è questa. Nel 2010 la domanda globale di energia primaria è tornata a crescere di un significativo 5%, spingendo le emissioni di Co2 a un nuovo massimo. Le ipotesi di un aumento della popolazione globale di 1,7 miliardi di persone e la crescita media annua dell’economia mondiale del 3,5%, stanno generando una domanda sempre più elevata di servizi energetici.

 

I Paesi emergenti
Gran parte della «responsabilità» arriva dai Paesi emergenti: basti pensare che nel periodo tra il 2010 e il 2035, i Paesi non-OCSE rappresenteranno oltre il 90% dell’incremento previsto della domanda globale di energia. A giocare, in questo caso, un ruolo di primissimo piano, c’è la Cina, primo consumatore mondiale: «nel 2035 – si legge nell’ultimo rapporto dell’Aie, Agenzia internazionale per l’energia – la sua domanda energetica supererà del 70% circa quella degli Stati Uniti, il secondo maggior consumatore, anche se a quell’orizzonte temporale il consumo di energia pro-capite della Cina sarà ancora meno della metà di quello statunitense. India, Indonesia, Brasile e Medio Oriente sperimenteranno tassi di crescita della domanda di energia ancora più sostenuti». Gli impegni, sul versante asiatico, non mancano. Pechino infatti ha pubblicato da poco il suo libro bianco sul clima e pare che annuncerà a breve uno stanziamento record di un miliardo di euro per migliorare la sua efficienza energetica entro il 2015. Ce la farà?

I trend globali
Cina a parte, i trend energetici globali in corso e gli avvenimenti geopolitici del 2011 hanno aperto diversi scenari. L’era dei combustibili fossili sembra tutt’altro che terminata. Il consumo di petrolio (biocarburanti esclusi) continua ad aumentare e dagli 87 milioni di barili al giorno nel 2010 si arriverà a 99 milioni nel 2035.

«Il consumo di tutte le fonti fossili aumenta – conferma l’Aie – ma la loro percentuale sulla domanda globale di energia primaria diminuisce leggermente scivolando dall’81% nel 2010 al 75% nel 2035. In questo orizzonte, il gas naturale è il solo combustibile fossile che aumenta la sua quota nel mix energetico mondiale. Nel settore elettrico, le tecnologie rinnovabili, in primis idroelettrico ed eolico, rappresentano il 50% della nuova capacità installata e volta a soddisfare la crescita della domanda». E in Italia? «L’80% del nostro fabbisogno energetico è ancora coperto da petrolio e da combustili fossili – spiega Aldo Fanchiotti, ordinario di fisica tecnica ambientale all’università degli studi RomaTre – ma la dipendenza varia da paese a paese. Il Brasile ha un’enorme potenzialità idroelettrica, la Francia ha investito molto sul nucleare e dipende meno dal petrolio. Noi di fatto dipendiamo dall’importazione». Il che è tutto dire, soprattutto se pensiamo che nel 2010 i costi delle importazioni di petrolio per i 34 Paesi dell’Ocse è aumentato di 200 miliardi di dollari rispetto al 2009, toccando un totale di 790 miliardi.

Il nucleare
Sul nucleare tutto (o quasi) è cambiato dopo il disastro di Fukushima. «Alcuni programmi già in corso non sono stati interrotti – aggiunge Fanchiotti – altri si. Di fatto sarà difficile che nel futuro l’energia nucleare abbia uno sviluppo rigoglioso.

Tutte le tecnologie comportano rischi e incidenti, ma la differenza tra il nucleare e le altre energie, è l’imprevedibilità legata alle scorie che durano millenni e continuano ad essere pericolosissime». Il futuro low-nuclear, oltre a creare nuove opportunità per le rinnovabili, comporterebbe però anche un aumento della domanda di combustibili fossili. «Dinamiche – ha scritto nel suo outlook l’Aie – che eserciterebbero un’ulteriore pressione al rialzo sui prezzi energetici, solleverebbero nuove preoccupazioni in materia di sicurezza energetica e renderebbero più difficile e costoso combattere il cambiamento climatico».

Gli investimenti
E se è vero che la quota delle fonti rinnovabili (idroelettrico escluso) nella generazione elettrica mondiale potrebbe aumentare dal 3% del 2009 al 15% nel 2035, è anche vero che produrre elettricità da fonti rinnovabili costa e richiede investimenti addizionali in reti di trasmissione. Nonostante ciò le fonti verdi sarebbero arrivate a produrre un quarto dell’energia globale nei primi nove mesi dell’anno e in Italia siamo al 27%, secondo i dati di Nomisma Energia.

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Indiscusso il ruolo da protagonisti del gas naturale e del carbone: se nel primo caso si parla addirittura di una nuova età dell’oro, nel secondo caso, le varianti sono multiple. Nell’eventualità in cui non ci saranno modifiche rispetto alle politiche energetiche attualmente in vigore, è previsto un aumento del consumo di carbone del 65% nel 2035. In caso contrario, è possibile un picco della domanda, che scenderebbe poi dopo il 2020.

Il gap
Le tendenze in corso e gli investimenti in politiche energetiche, non possono non tenere in considerazione una questione che ai giorni nostri sembra non trovare alcun tipo di giustificazioni. È il problema dell’accesso universale all’energia: ancora 1,3 miliardi di persone nel mondo non hanno l’elettricità. Un gap che può essere risolto entro il 2030 solo, secondo l’Agenzia dell’energia, investendo 48 miliardi di dollari l’anno.

Posted on febbraio 6th, 2012 by enrico  |  Commenti disabilitati

L’esplorazione aerea

Coraggiosi aeronauti rischiarono la vita per osservare, il cielo e contribuire al progresso della meteorologia raccogliendo informazioni sui venti e le temperature dell'alta atmosfera. Le prime ascensioni in'pallone libero iniziarono II 15 ottobre 1783 con François Pilâtre 'de Rozler, primo uomo a salire in mongolfièra. Da qui alle
applicazioni in meteorologia il passo fu breve: Louis Joseph Gay-Lussac (1778-1850); nel 1804 salì fino a oltre 7000
m di altitudine compiendo indagini scientifiche; tra il 1862 e il 1866  due audaci Inglesi, James Glaisher e Robert_Coxwell effettuarono 28 voli sui cieli d'Inghilterra trasportando strumenti di misurazione, e spesso'rischiando di morire,come' quando nel settembre 1862, a quota . 11250  m,

persero conoscenza per deficit d'ossigeno. Più tardi, il meteorologo francese Léon Teisserenc de Bort, nei corso di centinaia  di esperimenti condotti'presso Parigi, si avvide che tra 9 e 13 km d'altezza la temperatura dell'atmosfera invece di diminuire aumentava con la quota. Nel 1902, de Bort si "convinse che 'non si trattava di misure erra­te, ma di una véra e propria  discontinuità .nel profilo ter­mico verticale dell'atmosfe­ra: fu un evento molto importante nello studio dell'atmo­sfera,.poiché significava la  scoperta della stratosfera.

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Posted on gennaio 24th, 2012 by enrico  |  Commenti disabilitati

Troppo costoso Perche A? fallito il patto sul clima

Doveva ridurre il surriscaldamento globale. Dietro front degli stati per carenza di fondi

L’era di Kyoto è alla fine. Non è sta­ta un successo, il Protocollo ratifi­cato da 191 Paesi (ma non dagli Stati Uniti) doveva agire da moltiplicato­re degli sforzi per limitare il surriscalda­mento del pianeta: per qualche tempo c'è riuscito ma non nella misura voluta. Ora sta lentamente spegnendosi. In un rap­porto pubblicato ieri dalle Nazioni Unite e dal World Resources Institute di Washington si legge che «le emissioni (di gas serra, ndr) stanno ancora crescendo e gli impegni per azioni di riduzione future, in aggregato, sono inferiori a quanto la scienza suggerisce essere neces­sari».

Soprattutto, succede che la crisi finan­ziaria mondiale ha bloccato — anzi, ha fatto retrocedere — molti degli sforzi che si stavano facendo per ridurre le emissio­ni di gas a effetto serra: nessuno vuole più prendere impegni, costa troppo. Stati Uniti, Canada, Giappone e Russia hanno già comunicato che non firmeranno al­cun nuovo accordo vincolante quando il regime attuale di Kyoto cesserà, a fine 2012; i Paesi emergenti, guidati da Cina e India, hanno confermato, se ce n'era biso­gno, che non penderanno impegni se non volontari; persino l'Unione europea, finora all'avanguardia sulle questioni del clima, sta facendo passi indietro.

 

Il vertice a Durban

Per la prossima riunione annuale a Durban le ambizioni sono minime: la proposta di impegni vincolanti farebbe fallire il summit.

Alla fine di novembre si terrà a Dur­ban, Sudafrica, la riunione annuale della Convenzione sul cambiamento del clima. È di grande rilievo perché in teoria do­vrebbe chiarire cosa succederà quando, alla fine dell'anno prossimo, gli impegni presi da molti Paesi sulla base del Proto­collo di Kyoto non saranno più vincolan­ti. Non c'è però alcuna speranza che si possa arrivare a un Kyoto Due, cioè a un nuovo protocollo sulla base del quale un certo numero di Paesi, in particolare quel­li ricchi, si assumano l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di quantità predeter­minate. Molti funzionari dell'Onu, sotto la cui egida la Convenzione si tiene, riten­gono che Durban sarà «successo o rottu­ra». L'ambasciatore del Paese ospite che guida l'organizzazione dell'incontro inter­nazionale, il sudafricano Nj Mxakato-Diseko, dice però che «parlare di qualsiasi strumento vincolante sarebbe irresponsa­bile, molto irresponsabile». Di più: «Per­sino iniziare a suggerire — aggiunge — che il risultato di Durban deve essere uno strumento legalmente vincolante sareb­be irresponsabile perché farebbe collassare il sistema». Ambizioni rninime, insom­ma, da parte di chi organizza, per non fa­re crollare tutto.

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Il problema, ovviamente, è il denaro. In piena crisi finanziaria e con rischi di una nuova recessione all'orizzonte, i go­verni non sono disposti a impegnare ri­sorse per la riduzione delle emissioni, nemmeno a costringere le proprie indu­strie ad affrontare i costi che comporta emettere meno gas serra. Che gli Stati Uniti non aderiscano a un Kyoto Due non stupisce, nonostante le promesse del pre­sidente Obama di cambiare passo sul tema del clima. Ma il ritiro dal regime di Kyoto di Giappone e Canada, in passato difensori del Protocollo, è una novità. An­cora più sorprendente è quanto ha dichia­rato nei giorni scorsi Jos Delbeke, diretto­re generale della Chinate Action della Ue. «Gli europei — ha detto — si pronunce­ranno politicamente a favore del Protocollo di Kyoto» ma non si legheranno ad alcun nuovo patto a meno che «altre par­ti non entrino nel club». L'Europa, insom­ma, non vuole essere la sola a tagliare le emissioni e a gravare di costi le sue im­prese rendendole meno competitive in una fase come questa. Secondo stime del­la Commissione di Bruxelles, l'obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 già costa alla Ue quasi 50 miliardi l'anno. In più, alcuni grandi gruppi indu­striali minacciano di delocalizzare le pro­duzioni se i costi continueranno a cresce­re. Le preoccupazioni per il cambiamento del clima, insomma, nel pieno della crisi sono crollate, nella lista delle priorità. An­che un impegno che era stato preso un anno fa alla conferenza di Cancùn, in Messico, rimane disatteso: si tratta di cre­are un fondo, il Green Climate Fund, che dal 2020 dovrebbe dare cento miliardi di dollari l'anno ai Paesi poveri per combattere l'aumento delle temperature e i suoi effetti; finora, però, non si è fatto alcun passo avanti sul dove trovare il denaro e sul come poi gestirlo. «Questo non è il pe­riodo migliore per parlare di finanza per­ché tutti i Paesi sviluppati sono in una cri­si finanziaria», ammette Christiana Figueres, la segretaria esecutiva della Unfccc, la Convenzione dell'Onu sui cambiamen­ti climatici. La signora Figueres deve fare la faccia ottimista in vista della riunione di Durban e dice di puntare a «un'ampia cornice» di accordi che combini un se­condo round di Kyoto accettato dai Paesi ricchi con alcuni impegni che dovrebbe­ro prendere quelli poveri. Ma è oltremo­do cosciente delle difficoltà economiche che gran parte del mondo sta vivendo il guaio è che il pianeta continua,

 

La nuova analisi

Gli scienziati californiani hanno calcolato che negli ultimi cinquantanni la temperatura è cresciuta di 0,911 gradi

imperterrito e noncurante della crisi, a scal­darsi troppo. Una nuova analisi, condotta da un gruppo di scienziati californiani — Berkeley Earth Surface Temperature — ha analizzato i dati di un miliardo e sei­cento milioni di rapporti sulle temperatu­re terrestri e ha stabilito, sembra in misu­ra piuttosto solida, che negli scorsi cinquant'anni la superficie del pianeta ha vi­sto aumentare la sua temperatura di 0,911 gradi centigradi. È quasi la metà dei due gradi di surriscaldamento che — dicono molti scienziati — provochereb­bero le peggiori catastrofi, dalle inonda­zioni alle siccità; ed è una misurazione che potrebbe togliere ogni dubbio sulla realtà dell'innalzamento globale della temperatura. Che non è detto sia del tut­to dovuto all'attività umana. Ma che con­siglia comunque di cercare una nuova «strategia del clima», probabilmente non più fondata sul porre limiti astratti alle emissioni ma sulla ricerca e magari su una carbon tax globale. Per chiudere, sen­za fuggire, l'era di Kyoto.

Posted on dicembre 24th, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

Cumulonimbus mamma

Fra le nubi più spettacolari,| specie se vengono osservate alla luce radente del tramonto, figurano i cumulonembi con depakote without prescription, clomid without prescription. mamma, cioè dotati di mammelloni tondeggianti sospesi alla parte inferiore dell'incudine del sistema temporalesco (dal termine latino mamma, che significa mammella). Questa bizzarra formazione è sempre associata a cumulonembi giunti allo stadio di maturità, segno inconfondibile .

 

di tempesta. L'origine delle pro­tuberanze è dovuta all'azione delle correnti di­scendenti. Durante il temporale le correnti calde e umide si sollevano verso la parte superiore del la troposfera La loro temperatura, a queste  quote, tende a equilibrarsi con quella dell'aria circostante, fortemente  negativa. La nube si distende orizzontalmente contro la tropopausa, invadendo  zone  laterali  rispetto al corpo  ascendente  principale. Il  contatto tra l'aria fredda discendente  proveniente dalla sommità del cumulonembo e l'aria  più  calda e asciutta sottostante, as­sociato  inoltre alla caduta di precipitazioni, crea l'effetto  mamma, una serie di  protuberanze  sim­metriche  che possono  coprire vaste  zone.

 

 

Annunci di tempesta

Se l'incudine di un Cumulonim­bus si estende per centinaia di chilometri quadrati (e non è ra­ro che questa situazione si veri­fichi), il centro di scroscio della tempesta può trovarsi a una cer­ta distanza dalla formazione del­le mamma. Questo fenomeno appare generalmente poco dopo che la nube temporalesca ha rag­giunto il suo massimo sviluppo verticale e annuncia un immi­nente nubifragio o talvolta an­che un tornado.

I piloti degli aerei di linea pro­grammano le rotte che devono seguire in modo da evitare l'at­traversamento di cumulonembi, soprattutto quando presentano queste protuberanze, indice di forti turbolenze e di possibilità di grandine all'in­terno della nube.

I  mamma possono essere osservati ovunque si ab­bia formazione di cumulonembi, e sono pertanto più frequenti nelle regioni equatoriali e tropicali, dove i moti convettivi dovuti all'intenso riscalda­mento del suolo sono più attivi.

Posted on novembre 22nd, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

Cumulonimbus capillatus incus

Un Cumulonimbus capillatus allo stadio maturo è veramente, come è sta­to definito, il "re delle nuvole", una torre di milioni di tonnellate d'acqua, più alta dell'Everest, che può raggiungere talora quote di 18 000 m nelle zone equatoriali. Nel suo "massimo splendore" è coronato da un enorme ammas­so di nubi d'alta quota a forma di cuneo, simile a un'incudine (in­cus in latino), e viene denominato Cumulonimbus capillatus incus. Questa parte della nube, spesso d'aspetto fibroso e disordinato, è sicuro indice di attività tempora­lesca, mentre la base appare scura e plumbea per lo spessore della massa sovrastante. Il Cumulonim­bus capillatus incus può fare la sua comparsa all'alba sotto forma di Cumulus humilis e quindi evolve­re negli stadi mediocris e congestus. Affinché la nube continui a svi­lupparsi, la convezione deve es­sere sostenuta da una forte insta­bilità atmosferica che mantenga in attività le correnti ascendenti. Fino a quando l'aria circostante presenta temperature inferiori al­la colonna d'aria ascendente, la nube continua a crescere in altez­za.

Il cumulonembo finisce dun­que per raggiungere il limite su­periore della troposfera, dove la temperatura dell'aria si stabilizza e inizia a risalire con l'altezza. Questa inversio­ne termica determina il blocco della corrente ascendente, che non può proseguire oltre. Tut­tavia, la velocità della massa d'aria inferiore continua a im­primere una spinta verticale che appiattisce la sommità della nu­be contro il tetto ideale della tropopausa, conferendole la ti­pica forma a incudine. Dal mo­mento che a queste quote la temperatura dell'aria è inferiore ai —50 °C, l'incudine è compo­sta esclusivamente da cristalli di ghiaccio che formano una corona di cirri al di sopra della massa nuvolosa princi­pale. I forti venti d'alta quota possono creare un aspetto striato e frastagliato.

 

 

 

Segni premonitori di tempeste violente depakote without prescription, clomid without prescription.

 

In rari casi la corrente ascendente associata alla nube è così intensa da sfondare la tropopausa e spingere uno strato di nubi fin nei livelli inferiori della stratosfera, prima di indebolirsi e ridiscen­dere. Ciò si rende visibile con una protuberanza sulla superficie piatta dell'incudine, sintomo di tempesta di eccezionale gravità, generatrice di grandine, fulmini, furiose raffiche discendenti alla base della nube, o addirittura di un tornado. Le piogge torrenziali possono oltrepassare intensità di 100 mm all'ora.

I cumulonembi costituiscono
sempre un rischio per la circolazione aerea, a causa della fortissima turbolenza e della grandine che può danneggiare il velivolo. Fortunatamente i radar a terra e a bordo permettono di identificarli ed evitarne l'attraversamento.

 

 

Posted on ottobre 15th, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

Neutrino

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La parola neutrino (nellafoto sopra gli effetti generati dallo scontro della particella sui bersagli che la rivelano) è stata coniata dal grande fisico italiano Enrico Fermi nel 1934. Il termine è legato al fatto che questa particella nucleare non ha carica elettrica e quindi è, appunto, un soggetto neutro. Si pensava non avesse una massa e invece è stata scoperta, sia pure piccolissima. I neutrini piovono dallo spazio, da stelle e galassie e ne esistono di tre tipi: elettronico, muonico e tau. Restano aperte le discussioni sull'antineutrino. Ettore Majorana, il fisico misteriosamente scomparso, sosteneva che neutrini e antineutrini fossero uguali. Invece Paul Dirac diceva che erano diversi tra loro.

Posted on ottobre 3rd, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

Come abbiamo battuto la luce nel futuro i viaggi nel tempo

 

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Il Cern conferma il test: ma cercavamo altro. Spesi 70 milioni

MILANO — Dopo l'annun­cio della scoperta che i neutri­ni viaggiano più veloci della luce non poteva andare diversamente. Alle ore 16 l'audito­rium del Cern di Ginevra tra­boccava di scienziati, oltre cinquecento, seduti dovun­que, anche per terra. Il fisico Dario Autiero, rappresentan­te dei 160 scienziati dell'espe­rimento Opera incaricato di il­lustrare risultati, è stato ber­sagliato di domande. Nessun cedimento. Per tutti c'era una risposta adeguata. «L'esame è stato molto efficace soprat­tutto sulla qualità del lavoro svolto. Quindi confido nel ri­sultato — commenta Anto­nio Ereditato alla guida del­l'esperimento —. Indicazioni importanti sono arrivate da chi ci ascoltava e altre ne aspettiamo da coloro che non erano presenti». Con estrema attenzione ascoltava anche il Premio Nobel Samuel Ting che manifestava apprezza­menti. La velocità della luce è stata superata di venti parti su un milione, cioè dello 0,0002 per cento arrivando 60 nanosecondi prima del previsto, il tempo di volo rile­vato ha un errore possibile in­torno a 10 nanosecondi, e nel­la distanza di 730 chilometri tra il Cern e il laboratorio del Gran Sasso c'è un'incertezza di 20 centimetri.

Ma questo non sembra in­taccare la sostanza del risulta­to ottenuto dopo la valutazio­ne di 15 mila eventi che raddoppieranno entro l'anno prossimo. «Ora ci saranno ve­rifiche negli Stati Uniti e in Giappone» nota Roberto Petronzio, presidente dell’istituto nazionale di fisica nucleare che raggruppa la cinquantina di italiani partecipanti al­l'esperimento costato 70 mi­lioni di euro.

In realtà l'obiettivo della ri­cerca puntava a studiare le trasformazioni del neutrino muonico e la scoperta è nata, in un certo senso, per caso. «Date le possibilità dello stru­mento — racconta Ereditato — pensavamo di compiere al­tre verifiche compresa la velo­cità della luce. E qui siamo stati colti di sorpresa. Voleva­mo misurare un dato consoli­dato e invece ci siamo resi conto del superamento dei 300 mila chilometri al secon­do stabilito da Einstein».

Qualche scienziato al Cern nei corridoi non ha condiviso la scelta dell'annuncio giudi­cato prematuro. «Ma a que­sto punto era giusto procede­re nella presentazione ufficia­le — spiega Sergio Bertolucci direttore scientifico del Cern —. Valutazioni e controlli di ogni genere effettuati dal gruppo si erano esaurite. Nes­sun problema era emerso ed era quindi etico scientifica­mente aprire l'esame all'inte­ra comunità dei fisici. È evi­dente che solo una conferma da parte di altri esperimenti condotti altrove e in maniera indipendente potrà convalidare il risultato».

Fino ad allora la prospetti­va annunciata apre fantastici scenari. « Il superamento del­la velocità della luce contrad­dice tanti aspetti delle teorie odierne — precisa Bertolucci — e ci può portare verso una realtà con più dimensioni, a viaggi nel tempo. Ma le teorie di Einstein sopravviveranno come rimasero quelle di Newton. La scienza procede».

 

Posted on settembre 29th, 2011 by enrico  |  Commenti disabilitati

C.E.R.N.

 

 

Logo del CERN.

Mappa della localizzazione dell' LHC e dell' SPS del CERN, al confine tra Francia e Svizzera nei pressi di Ginevra.

L'Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (in inglese European Organization for Nuclear Research, in francese Organisation Européenne pour la Recherche Nucléaire), comunemente conosciuta con l'acronimo CERN, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle. Si trova al confine tra Svizzera e Francia alla periferia ovest della città di Ginevra. La convenzione che istituiva il CERN fu firmata il 29 settembre 1954 da 12 stati membri. Oggi ne fanno parte 20 stati membri più alcuni osservatori, compresi stati extraeuropei.

Lo scopo principale del CERN è quello di fornire ai ricercatori gli strumenti necessari per la ricerca in fisica delle alte energie. Questi sono principalmente gli acceleratori di particelle, che portano nuclei atomici e particelle subnucleari ad energie molto elevate, e i rivelatori che permettono di osservare i prodotti delle collisioni tra fasci di queste particelle. Ad energie sufficientemente elevate, i prodotti di queste reazioni possono essere radicalmente differenti dai costituenti originali dei fasci, e a più riprese sono state prodotte e scoperte in questa maniera particelle fino a quel momento ignote.

L'acronimo

L'acronimo CERN ha un'origine storica. Dopo la seconda guerra mondiale si sentì il bisogno di fondare un centro europeo all'avanguardia per la ricerca al fine di ridare all'Europa il primato nella fisica dato che in quegli anni i principali centri di ricerca si trovavano tutti negli Stati Uniti. A tale scopo nel 1952 undici Paesi europei riuniscono un consiglio di scienziati con il compito di tradurre in realtà il desiderio dei loro Paesi. Il consiglio viene denominato Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare (in francese Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) da cui l'acronimo CERN. Quando nel 1954 prende vita il progetto del centro di ricerca europeo vagliato dal Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare e nasce l'Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, essa ne eredita l'acronimo.

Il fatto che l'acronimo CERN non derivi dal nome del centro di ricerca crea a volte confusione, tanto che tale nome viene informalmente modificato in Centro Europeo per la Ricerca Nucleare (in francese Centre Européen pour la Recherche Nucléaire) in modo da ristabilire corrispondenza tra l'acronimo e il nome del centro di ricerca.

Il complesso degli acceleratori

Il complesso degli acceleratori del CERN (non in scala)

Il complesso degli acceleratori del CERN comprende sette acceleratori principali, costruiti in vari periodi a partire dalla fondazione dell'istituto. Fin dal principio, è stato previsto che ogni nuova e più potente macchina avrebbe utilizzato le precedenti come "iniettori", creando una catena di acceleratori che porta gradualmente un fascio di particelle ad energie sempre più elevate. Difatti, ogni tecnologia di accelerazione delle particelle ha dei ben precisi limiti di energia operativa massima e minima, e nessuna macchina del CERN oltre agli acceleratori lineari può accettare particelle "ferme".

Per consentire il funzionamento di questa catena, tutte le funzioni degli acceleratori sono coordinate da un unico segnale di riferimento, generato da un sistema di orologi atomici e distribuito per tutta l'installazione, con una precisione dell'ordine del nanosecondo.

Gli acceleratori principali a disposizione del CERN sono:

  • Due LINAC, o acceleratori lineari, che generano particelle a basse energie, che successivamente vengono immesse nel PS Booster. Uno fornisce protoni a 50 MeV, l'altro ioni pesanti. Sono noti come Linac2 e Linac3, rispettivamente. Tutta la catena di acceleratori successiva dipende da queste sorgenti.
  • Il PS Booster, che aumenta l'energia delle particelle generate dai LINAC prima di iniettarle nel PS. (fino a 1500 MeV per i protoni, ovvero 1,5 GeV). Viene inoltre utilizzato per esperimenti separati, come ad esempio ISOLDE (Isotope Separator On-line), che studia nuclei instabili di isotopi molto pesanti ed è dotato di un suo piccolo LINAC dedicato chiamato REX-ISOLDE.
  • Il Proton Synchroton da 28 GeV (PS), costruito nel 1959.
  • Il Super Proton Synchrotron (SPS), un acceleratore circolare di 2 km di diametro, costruito in un tunnel, che iniziò a funzionare nel 1976. Originariamente aveva un'energia di 300 GeV, ma è stato potenziato più volte fino agli attuali 450 GeV per il protone. Oltre ad avere una propria linea di fascio rettilinea per esperimenti a bersaglio fisso, ha funzionato come collisore protone-antiprotone e come booster finale per gli elettroni e i positroni da iniettare nel Large Electron Positron Collider (LEP). Riprenderà questo ruolo per i protoni e gli ioni piombo richiesti dall' LHC.
  • Il Large Hadron Collider (LHC), entrato in funzione il 10 settembre 2008, che ha rimpiazzato il LEP. Si estende su una circonferenza di 27 chilometri ed è stato progettato per 7000 GeV (7 TeV) di energia massima per fasci di protoni, con la previsione di innalzarla successivamente a 14 TeV; è la più alta della storia e dovrebbe permettere condizioni sperimentali paragonabili a quelle dei primi momenti di vita dell'Universo, subito dopo il Big Bang.

Il 21 settembre 2008, pochi giorni dopo l'inaugurazione, l'LHC ha presentato una fuga di Elio con il conseguente innalzamento della temperatura sopra i -270 gradi centigradi. Il guasto ha costretto i ricercatori a spegnere l'acceleratore per quasi due mesi, per riparare il guasto e riportare la temperatura ai valori necessari. L' LHC è ripartito il 20 novembre 2009.

Successi scientifici

Alcuni importanti successi nel campo della fisica delle particelle sono stati possibili grazie agli esperimenti del CERN. Per esempio:

Il Large Electron-Positron (LEP) collider è stato il progetto principale al Cern dal 1989 al 2000. Questa macchina è stata in grado di accelerare elettroni e positroni fino a 100 GeV, un'energia cinetica che corrisponde a velocità prossime a quelle della luce. L'acceleratore è stato costruito in un tunnel sotterraneo di 27 km, a circa 100 metri di profondità, ed era composto in gran parte da magneti collegati l'uno all'altro lungo tutto il tunnel, che curvano la traiettoria delle particelle accelerate mantenendole in "orbita" nel tubo a vuoto che li attraversava al centro. A intervalli regolari, tra questi magneti noti come dipoli erano interposte le camere di accelerazione che effettivamente fornivano energia alle particelle, e magneti più complessi necessari per guidare il fascio (quadrupoli, sestupoli, etc.) Questa è la tecnologia del sincrotrone, utilizzata in tutte le macchine del CERN dal PS Booster in poi.

Lo scopo di questo progetto è stato osservare cosa succede quando si scontrano elettroni e positroni. Fino alla fine del 1995, l'obiettivo del LEP è stato studiare la particella Z0 (LEP1): dal 1995 in poi l'energia è stata gradualmente aumentata per studiare la produzione di coppie di bosoni W+/ W- e per portare avanti la ricerca della particella di Higgs e di nuovi fenomeni al di là del Modello standard. Ci sono infatti forti ragioni teoriche per aspettarsi che tutta una nuova fisica si debba aprire ad energie non troppo più alte della massa dell'Higgs. Il bosone Higgs, se esiste, è la causa dell'esistenza della materia. I risultati principali di LEP sono stati:

Gran parte del lavoro che viene svolto attualmente al CERN è incentrato sul Large Hadron Collider (LHC) (grande collisore di adroni) e agli esperimenti collegati. L'LHC è stato messo in funzione il 10 settembre 2008,[1] ma la parte sperimentale è stata interrotta pochi giorni dopo a causa di un guasto tecnico.

L'acceleratore è situato all'interno dello stesso tunnel circolare di 27 km di lunghezza in precedenza utilizzato dal LEP (Large Electron Positron collider), che non è più operativo dal novembre 2000. Il complesso di acceleratori PS/SPS viene utilizzato per pre-accelerare i protoni che in seguito vengono immessi nell'LHC. Il tunnel si trova a 100 m di profondità in media, in una regione compresa tra l'aeroporto di Ginevra e i monti del Giura. Cinque diversi esperimenti (CMS, ATLAS, ALICE, LHCb e TOTEM) sono in fase di costruzione, ognuno di essi studierà le collisioni tra particelle con metodi diversi e facendo uso di tecnologie differenti.

Al momento della collisione, l'energia all'interno dell'LHC potrà raggiungere valori che saranno gradualmente innalzati fino a 14 TeV. L'acceleratore necessita di un fortissimo campo magnetico per mantenere il fascio nella traiettoria dei 27 km e a tal fine viene utilizzata la tecnologia dei superconduttori. La progettazione dell'LHC ha richiesto una precisione straordinaria, basti pensare ad esempio che è necessario tenere conto dell'influenza della forza di attrazione gravitazionale esercitata dalla Luna sulla crosta terrestre e dei disturbi elettrici provocati dal passaggio dei treni in superficie ad un chilometro di distanza.

Il primo computer arrivò al CERN nel 1959. [2] Da allora cominciò la sfida di piegare l'informatica al servizio dei fisici. Uno dei protagonisti di questa storia è stato l'italiano Paolo Zanella, capo della divisione informatica per 13 anni, tra il 1976 e il 1989. Per la fisica cominciò una nuova era di ricerca in cui gli esperimenti producevano una mole di dati tale da rendere impossibile la sola elaborazione umana. I fisici si rassegnarono all'utilizzo di calcolatori e software per filtrare ed elaborare la montagna di dati alla ricerca degli eventi ritenuti significativi per l'esito degli esperimenti. Successivamente si sperimentò il collegamento di più calcolatori fra di loro: fu la volta della prima rete di computer. Piano piano, nacque al CERN uno dei centri di calcolo più potenti in Europa, dedicato alle richieste sempre più esigenti dei nuovi esperimenti e della capacità sempre più spinta di acquisizione dati delle strumentazioni collegati ai nuovi acceleratori.

Il World Wide Web è nato al CERN nel 1989, da un'idea di Tim Berners-Lee e Robert Cailliau. Nacque come progetto marginale nel 1980 chiamato ENQUIRE basato sul concetto dell'ipertesto (anche se Berners-Lee ignorava ancora la parola ipertesto). Con lo scopo di scambiare efficientemente dati tra chi lavorava a diversi esperimenti è stato introdotto al CERN nel 1989 con il progetto WorldWideWeb, il primo browser sviluppato sempre da Berners-Lee. Inoltre Tim Berners-Lee sviluppò le infrastrutture che servono il Web e cioè il primo web server.

Il 30 aprile 1993 il CERN annunciò che il World Wide Web sarebbe stato libero per tutti.

Nel 1993 la NCSA rilasciò il primo browser grafico, Mosaic. Da quel momento lo sviluppo del www fu inarrestabile.

Al CERN persone da tutte le parti del mondo si incontrano, collaborano, discutono. Riescono a lavorare insieme persone provenienti da paesi in guerra tra loro, ad esempio israeliani e palestinesi. In questo senso il CERN è un laboratorio di pace.

 

 « Il CERN è stato fondato meno di 10 anni dopo la costruzione della bomba atomica. Penso che l'esistenza della bomba abbia avuto una grande importanza nel rendere possibile il CERN. L'Europa è stata teatro di violente guerre per più di duecento anni. Adesso, con la fondazione del CERN, abbiamo qualcosa di diverso.
Spero che gli scienziati al CERN si ricordino di avere anche altri doveri oltre che proseguire la ricerca nella fisica delle particelle. Essi rappresentano il risultato di secoli di ricerca e di studio per mostrare il potere dello spirito umano, quindi mi appello a loro affinché non si considerino tecnici, ma guardiani di questa fiamma dell'unità europea, così che l'Europa possa salvaguardare la pace nel mondo. »
 
(Isidor Isaac Rabi, in occasione del trentesimo anniversario del CERN (1984))

Stati membri

a�?a�? Paesi fondatori

a�?a�? Paesi che si sono uniti in seguito

Attualmente fanno parte del CERN venti stati membri.

I paesi fondatori zoloft reviews, Zoloft reviews. del CERN sono:

A questi si sono aggiunti:

Posted on settembre 27th, 2011 by eugenio  |  Commenti disabilitati

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